

VITERBO — Ci sono polemiche che montano come la panna e svaniscono al primo soffio di vento, e poi ci sono le pietre. Quelle che non parlano, ma urlano. Soprattutto quando, sotto strati di intonaco e decenni di dimenticanza istituzionale, riaffiorano all’improvviso, costringendo un’intera città a fare i conti con i fantasmi e i monumenti della propria storia.
Alla fine ha prevalso la linea della realtà, del buon senso e, perché no, del rispetto filologico per le cicatrici urbanistiche del Novecento. La scritta “Casa del Balilla”, riemersa sulla facciata del Liceo Buratti durante i lavori di restauro, non si cancella. Resta lì, impressa sul muro, a ricordare da quale crogiolo politico e architettonico arrivi quel palazzo. Ma siccome a Viterbo le cose non si fanno mai senza un adeguato supplemento di riflessione e di carte bollate, attorno a quel pezzo di storia si è mobilitato il vertice delle grandi occasioni.
Stamattina, a Palazzo Gentili, è andato in scena il vertice operativo tra Provincia e Soprintendenza. Da una parte il presidente Alessandro Romoli, affiancato dal dirigente Umbro Pasquini e dalla responsabile del progetto Anna Rita Santini; dall’altra il soprintendente Margherita Eichberg con i funzionari Federica Cerroni e Yuri Strozzieri. Un tavolo tecnico per esaminare carte, cantieri e tracce emerse, ma soprattutto per decidere il da farsi su quella scritta che ha fatto discutere piazze, social e salotti della città.
Il metodo condiviso è quello scientifico, lontano dalle tifoserie ideologiche e ancorato alla lettura critica delle superfici. Durante l’incontro, Romoli ha tenuto a ribadire la bussola etica dell’istituto, ricordando le celebrazioni annuali dedicate al partigiano a cui la scuola — nata come Umberto I e trasferita nella sede attuale nel 1952 — è intitolata dal 1964. Una precisazione non casuale, utile a mettere i puntini sulle i e a sgomberare il campo da qualsiasi equivoco celebrativo.
Poi, tutti sul cantiere. Il sopralluogo si è spinto fino al livello della scritta, lungo la fascia marcapiano in peperino dell’ala destra, quella che un tempo dominava lo spazio libero antistante. E lì, toccando con mano lo stato di avanzamento dei lavori, è arrivata la quadra: niente colpi di spugna cancellatutto, ma una “ricalibratura cromatica”. Una mitigazione visiva, insomma, che permetterà di conservare la memoria storica senza trasformarla in un pugno nell’occhio o in un totem fuori contesto.
Il passato viterbese, fatto di fascio littorio, marmo e peperino, torna così a dialogare con le aule scolastiche di oggi. Senza rimozioni e senza proclami, ma con la consapevolezza che la storia — anche quella più scomoda — si guarda in faccia, si studia e, quando serve, si ricalibra.

















