
IL DOMENICALE – Alla fine di questo Domenicale potremmo limitarci alla conclusione abituale — chiedere più attenzione, più manutenzione, più accessibilità, più coordinamento tra gli enti e aspettare che qualcuno faccia qualcosa —, oppure potremmo avanzare una proposta talmente semplice da rendere difficile spiegare perché non venga realizzata: costruiamo la mappa pubblica della Tuscia fruibile, una cartografia digitale unica, gratuita e continuamente aggiornata che dica a cittadini e visitatori non soltanto cosa c’è da vedere (perché di portali turistici ne abbiamo già molti), ma soprattutto come è possibile viverlo realmente.
Aprendo la mappa del Lago di Bolsena dovremmo poter vedere immediatamente gli accessi pubblici alle rive, le spiagge libere, le aree affidate in concessione, i parcheggi, le fermate del trasporto pubblico, i servizi igienici, i percorsi pedonali e ciclabili, le aree accessibili a persone con mobilità ridotta, i punti panoramici, i porti e gli approdi. Passando ai Cimini dovremmo trovare sentieri con distanza, pendenza, difficoltà, tipo di fondo, stato di manutenzione, punti d’acqua e aree di sosta; mentre entrando nei borghi dovrebbe essere possibile conoscere i parcheggi per persone con disabilità, gli ascensori, le rampe, le panchine, i bagni pubblici, i percorsi meno impegnativi e gli accessi ai principali beni culturali. Non sarebbe necessario inventare tutto da zero: esistono già cartografie dei parchi, tracciati regionali dei Cammini e informazioni pubbliche disseminate tra diversi siti; il problema è precisamente che sono disperse. La Riserva del Lago di Vico, per esempio, dispone già di una carta turistica digitale con sentieri, servizi e punti di interesse, mentre la Regione mantiene l’elenco e i tracciati della propria rete dei Cammini.
La novità starebbe nel cambiare il punto di vista. Oggi le informazioni vengono generalmente organizzate secondo chi le produce: il Comune pubblica le proprie, l’ente parco le sue, la Regione le proprie. Il turista, invece, non viaggia per competenze amministrative: chi decide di passare una giornata tra Bolsena, Montefiascone e Marta considera quel territorio un unico luogo, non vuole sapere quale ufficio sia competente sul tratto di riva che sta cercando. La tecnologia consente ormai di sovrapporre banche dati differenti senza costruire costose cattedrali digitali; basterebbe stabilire un formato comune e chiedere agli enti di alimentarlo periodicamente.
Si potrebbe partire da una sperimentazione di dodici mesi affidata alla Provincia insieme ai Comuni, alla Regione, agli enti delle aree protette e alle associazioni che lavorano sull’accessibilità, scegliendo inizialmente cinquanta luoghi strategici della Tuscia. Per ciascuno andrebbero raccolti non giudizi generici, ma informazioni verificabili: coordinate dell’accesso, proprietà o regime di utilizzo quando rilevante, presenza di concessioni, parcheggio più vicino, distanza da percorrere a piedi, caratteristiche del fondo, pendenze significative, servizi disponibili, livello di accessibilità, eventuali limitazioni ambientali e data dell’ultimo controllo. Una volta l’anno quei dati dovrebbero essere verificati, perché una mappa non aggiornata rischia di essere peggiore dell’assenza di una mappa.
Poi servirebbe un secondo passaggio, ancora più importante: utilizzare i dati per decidere dove spendere. Se scoprissimo che un lago possiede molti accessi, ma quasi nessuno utilizzabile da chi ha ridotta mobilità, sapremmo dove intervenire; se un cammino risultasse frequentemente interrotto o scarsamente segnalato, quella criticità dovrebbe avere priorità rispetto a una nuova campagna promozionale; se un borgo disponesse di monumenti accessibili, ma nessun percorso agevole per ragionarli, basterebbe mettere in relazione problemi che oggi appartengono a uffici diversi.
La Regione nel 2026 ha messo a disposizione un milione di euro per migliorare la fruizione dei litorali lacuali e ha attivato un avviso specifico per la percorribilità dei Cammini. Il denaro pubblico, quindi, esiste; quello che spesso manca è una fotografia unitaria che permetta di capire quali interventi producano il maggior beneficio collettivo.
Potremmo persino trasformare la mappa in un indicatore politico: ogni anno pubblicare un piccolo Rapporto sulla Tuscia fruibile — quanti chilometri di sentieri sono stati controllati, quanti accessi ai laghi sono segnalati, quanti luoghi sono diventati più accessibili, quanti punti di sosta sono stati creati, quanti problemi segnalati l’anno precedente sono stati risolti. Numeri semplici, leggibili e, soprattutto, verificabili.
Per una volta potremmo smettere di promettere genericamente di valorizzare il territorio e cominciare a misurare quanto territorio abbiamo realmente restituito alle persone.
Perché forse la parola che manca alla promozione della Tuscia non è bellezza — ne abbiamo abbastanza —, è accesso.



















