
VITERBO – LoFo, pseudonimo di Lorenzo Fortugno; il giovane rapper viterbese che irrompe prepotentemente nel panorama musicale del capoluogo con il suo nuovo album “Bohemién” (sul mercato in tutti i principali digital stores) è molto altro. Nei suoi testi la voglia di riscatto e la rabbia tipici di un ventunenne che, come molti della sua età, si trova a contatto con dei contesti metropolitani spesso
incompatibili con la propria personalità. Conosciamolo mentre ci parla del suo nuovo lavoro.
Quali e quanti sono stati gli step che hai dovuto superare per arrivare dove sei ora? Chi è LoFo? E da dove arriva questo pseudonimo?
“Mi sono avvicinato alla musica fin da piccolissimo prendendo lezioni di chitarra da mio zio. A 12- 13 anni ero ossessionato dal punk rock e dall’immaginario che si è creato intorno ad esso; solo un paio d’anni più tardi sono entrato in contatto con la cultura hip hop, che mi ha folgorato e rapito in tutto e per tutto. LoFo è un ragazzo di 21 anni nato e cresciuto a Viterbo, che assapora e vive la città
a modo suo. Ho scelto questo nome perché da prima di iniziare a fare rap mi sono sempre fatto chiamare così, prendendo le prime due lettere del mio nome e le prime due del mio cognome”.
Viterbo non possiede una scena musicale propriamente caratteristica, si può dire che si compone di band e artisti singoli di generi e stili musicali differenti; come ti identifichi in questo confusionario agglomerato? Dove e come vedi il rap nel panorama viterbese?
“Viterbo è una realtà in cui esprimersi liberamente è difficile quanto necessario, nella nostra zona è complicato trovare la propria identità e la propria collocazione. Tuttavia penso che negli ultimi anni, almeno per quanto riguarda il rap, si stia creando una scena consistente ed interessante.
Personalmente mi sono sempre identificato come uno dei “veri”, uno di quelli che da sempre si sforza di parlare di realtà e di cose concrete”.
Parliamo del tuo nuovo disco, uscito lo scorso 22 ottobre, “Bohemién”: sette tracce che fanno coagulare una miscellanea di sentimenti quali rabbia, malinconia, disillusione e odio ben celato da strofe ricche di riferimenti e citazioni nei confronti di quelli che spesso identifichi come “altri”, che con tutte le probabilità potremmo ricondurre al macro insieme per antonomasia: quello della società, ormai soggetta a standardizzazioni sempre più frequenti. Dove nasce questo disco? Quali sono le tematiche affrontate?
“”Bohemién” nasce dall’esigenza di raccontare il distacco tra l’io artista e l’io persona, così come le difficoltà che ho sempre trovato nel relazionarmi con gli altri. Diciamo che questo progetto è frutto del mio desiderio di rivalsa, quasi di vendetta, nei confronti di un ambiente in cui mi sono dovuto fare le ossa da solo, in cui ho dovuto farmi scuola senza nessuno che mi aiutasse a migliorare.
Avevo la necessità di gridare al mondo quanto stessi male, quanta fosse la rabbia che provavo.
Penso e spero di esserci riuscito”.
Un album, questo, saturo di basi spesso scarne e scheletriche che punta molto sulle parole; basi che, tuttavia, arrivano agli ascoltatori con grande impatto, mostrando sonorità oscure e inquiete, ad esempio il violoncello iniziale in “Ramsay Bolton”, o l’arpeggio di chitarra che accompagna l’ultima (e forse più identificativa) traccia del disco “Benjamin Bohemién”. Qual è, in questo genere, la ricetta migliore per creare una buona amalgama di musica e parole?
“Le sonorità dell’album sono cupe ed oscure, spesso con bassi molto intensi, dando un suono che, seppur rimane fedele ai suoni rap classici, strizza l’occhio alle sonorità moderne. Questo disco è un ibrido tra la nuova e la vecchia scuola. Tengo inoltre a sottolineare lo splendido lavoro di collaborazione che c’è stato con Simone “Bad Vibes”, che ha curato nei minimi dettagli ogni particolare, dagli stacchi alle samples, dalla scelta dei “colori” delle tracce al mix e mastering di tutto il progetto”.
Come si diceva, i tuoi testi sono ricchi di citazioni e riferimenti: filosofi, pittori, cantautori, film e personaggi cinematografici e televisivi, tutti ben collocati nell’immaginario multimediale dell’attuale società: cosa ti ispira nella scrittura? Segui un procedimento particolare? Hai delle personalità di riferimento?
“A ispirarmi è stata la mia introspezione. Ho cercato dunque di inserire riferimenti e citazioni a qualunque tipo di espressione artistica a cui sono legato: gli eroi del mio passato, gli scrittori e gli autori che hanno arricchito il mio modo di pensare e di vedere il mondo, ma anche personaggi di serie tv come Ramsay Bolton, che mi ha affascinato in “Game of Thrones”.
Il procedimento di stesura del testo prevede appunto il guardarmi dentro, comprendere il mio stato emozionale in un determinato momento e riportarlo sotto forma testuale, cercando di risaltare le rime e gli incastri metrici. L’unica personalità che posso dire di avere come riferimento credo sia Lucci, storico rapper romano che è per me un assoluto esempio di vita”.
Per concludere, quali progetti hai per il futuro? Dove possiamo trovare il tuo disco, “Bohemién”? Soprattutto, quando e dove avremo la possibilità di vederti?
“Per il prossimo futuro spero di riuscire a eseguire “Bohemién” dal vivo il più possibile, senza smettere di lavorare ai prossimi progetti musicali. Il disco è disponibile su tutti i principali digital stores (Spotify, YouTube, Bandcamp, ecc.). Abbiamo fatto un live al Cosmonauta il 5 dicembre e adesso siamo a lavoro per esibire il nostro show dal vivo. Purtroppo, come già detto, Viterbo è una realtà complicata dove portare questo genere di musica, ma riusciremo a prendere lo spazio che ci meritiamo. Per rimanere aggiornati potete comunque seguire su Instagram sia me (@slowlofus) che Bad Vibes (@bad_vibes_crew)”.


















