

VITERBO – C’è stato un tempo in cui per misurare il cielo agli uomini bastava guardare in su, far di conto con la mente e fidarsi di quel bizzarro e meraviglioso aggeggio che si chiama cervello. Quel tempo lo credevamo sepolto sotto le macerie della civiltà dei computer, dove se togli lo smartphone a un ragazzo quello rischia di perdersi persino nel corridoio di casa. E invece no. La smentita, rinfrescante come una doccia fredda in agosto, è arrivata da Monza.
Lì, tra il ventisette e il ventinove aprile, novanta ragazzi arrivati da ogni angolo d’Italia si sono seduti dietro a un banco per la finale dei Campionati di Astronomia. Niente schermi, niente algoritmi, niente scorciatoie digitali. Sul tavolo solo carta, penna e una calcolatrice, di quelle che sanno fare solo le quattro operazioni e poco più. Roba da paleolitico, direbbero i modernisti. Eppure, con quel bagaglio da naufraghi, hanno dovuto pilotare astronavi virtuali e scovare nel buio stelle dai nomi esotici come Achernar.
Tra questi novanta spartani del pensiero c’era anche un ragazzo di Viterbo. Si chiama Alessandro Fabi, frequenta la seconda classe del liceo scientifico “Paolo Ruffini”.
Il lettore non si faccia ingannare dal dato numerico: Alessandro è arrivato tredicesimo nella sua categoria. Ma per capire il peso di questo tredicesimo posto bisogna guardare i numeri di partenza, quelli veri, che la retorica ministeriale di solito annega nelle scartoffie. A novembre erano in diecimila. Diecimila ragazzi che si sono messi in fila da trecentoquaranta scuole diverse, sognando le stelle. Arrivare nei primi quindici d’Italia, partendo da quel formicaio, non è un piazzamento: è un’impresa.
La notizia, intendiamoci, è ottima per il ragazzo, a cui auguriamo di mantenere intatta questa sana e precoce ostinazione nello studio. Ma è un’ottima notizia anche per la nostra provincia e per quel liceo Ruffini che, zitto zitto, continua a sfornare finalisti nelle competizioni di matematica e fisica. In un’epoca in cui la scuola italiana fa notizia solo quando crolla un soffitto o quando un genitore decide di prendere a ceffoni un professore, scoprire che a Viterbo si coltiva ancora il vecchio, caro e dimenticato talento scientifico riconcilia con il paese.
Sia chiaro: non siamo davanti al miracolo del genio isolato. Dietro a un ragazzo che ragiona c’è sempre una scuola che funziona e dei docenti che, nonostante stipendi da fame e riforme ministeriali una più bislacca dell’altra, continuano a fare il loro dovere. La morale di questa trasferta brianzola è semplice, quasi elementare, e la dedichiamo a chi pensa che per fare grande un istituto servano per forza l’ultimo modello di tablet o la lavagna atomica. Alessandro Fabi ci ha ricordato che la scienza, quella vera, si fa prima di tutto con la disciplina e con la testa. Il resto sono solo giocattoli.

















