

VITERBO – C’era una volta — e c’è ancora, a dimostrazione che il mondo non è fatto soltanto di cambiali, di politica urlata e di bottoni di plastica — la solida terra di Viterbo. Una terra antica, dove la storia non si studia soltanto sui manuali scolastici, ma si respira insieme alla polvere delle piastre di peperino e al profumo del pane matto appena sfornato.
E in questa terra sta la Biblioteca Consorziale: un posto di quelli aperti a tutti, dove ci si rifugia quando fuori tira vento freddo e dove le idee, quelle buone, trovano sempre un tetto sotto cui riposare e un po’ di calore per crescere.
Ora, succede che un bel giorno un signore d’ingegno, di quelli con la testa fina e la penna appuntita — tale professor Ernesto Galli della Loggia, uno che di storia se ne intende e che l’Europa l’ha vista passare attraverso le due guerre e attraverso i libri — si sia guardato intorno. Aveva gli scaffali stracolmi di volumi, giornali d’epoca, estratti di riviste, persino vecchi programmi di teatro e fotografie che raccontano come eravamo e come siamo diventati. Materiale prezioso, di quello che profuma di carta buona e d’inchiostro vero.
«Che ne facciamo di questo ben di Dio?» si sarà chiesto il Professore.
Poteva mandarlo in qualche polveroso stanzone della Capitale, dove i libri finiscono dimenticati per fare la muffa insieme alle carte della burocrazia. E invece no. Ha alzato lo sguardo verso la Tuscia e ha detto: «Lo do a Viterbo».
Detto, fatto. C’è voluto il buon Roberto Grazini — un uomo di quelli che quando spostano i libri li toccano con il rispetto che si deve alle cose sacre — con i suoi camion e la sua squadra da sbarco. La prima tranche è arrivata ieri, fiammante e carica di storia culturale europea, d’arte e di immagini. Il resto arriverà a giorni. E poi comincerà la grande fatica dei bibliotecari: catalogare, ordinare, spolverare, mettere ogni foglio al suo posto perché lo studente, lo studioso o il semplice curioso possano un giorno sedersi lì, aprire un volume e diventare un po’ più dotti di quando sono entrati.
Tutto bello, direte voi. Una favola a lieto fine con tanto di banda in testa al corteo e fuochi d’artificio in piazza.
E invece no, perché da queste parti c’è sempre un però.
Il commissario straordinario Paolo Pelliccia, che la Biblioteca la manda avanti con il cuore, con i denti e con tanta passione, ha ringraziato il Professore commosso e felice. «Un’attestazione di stima che ci scalda l’anima», ha detto. Ma subito dopo gli è scappato un sospiro di quelli lunghi, che fanno tremare le candele sull’altare della cultura.
«Il guaio,» ha confessato Pelliccia con la voce di chi si trova a far stare un bue dentro una scatola da scarpe, «è che qui dentro non ci entriamo più neanche noi!»
Ed è proprio così. È il grande paradosso di casa nostra: ci regalano i tesori della memoria nazionale, i grandi intellettuali ci affidano i loro ricordi più cari, la cultura ci piove dal cielo come la manna… e noi non sappiamo dove metterla! Le pareti scoppiano, le scaffalature chiedono pietà e i libri rischiano di dover fare la fila sul marciapiede come la gente in fila al frantoio.
Pelliccia ha lanciato un appello. Un appello di quelli disperati, rivolto alle Istituzioni con la “I” maiuscola e ai privati con i soldi in tasca: «Dateci spazio! Trovateci delle stanze! Se Viterbo vuole fare la figura della Capitale della Cultura Europea, non può lasciare i suoi libri nell’anticamera!».
Speriamo che lassù, nei palazzi alti dove si decidono le cose della politica tra un timbro, una firma e un caffè, qualcuno ascolti. Perché i libri del professor Galli della Loggia sono come i vecchi saggi del paese: hanno molte cose importanti da raccontare, ma per farlo hanno bisogno di una sedia dove sedersi. E possibilmente di una stanza seria, con il tetto che non gocciola.

















