
Bullicame, una vergogna a cielo aperto. Il Comune di Viterbo farebbe bene a sbarrare l’accesso al parco termale pubblico. Non è bene che la gente possa transitare liberamente sul luogo di un delitto, non è positivo che si possa andare lì e guardare da un metro, da oltre la vetrata, il cadavere della “callara”.
Dante Alighieri, se fosse ancora in vita e potesse buttare giù una nuova stesura dell’Inferno, metterebbe sicuramente tutti i viterbesi nel girone degli ignavi. E la classe politica locale in quello degli ipocriti.
Il cuore del termalismo viterbese è senza acqua. Colpito da una coltellata a tradimento nel pomeriggio del 25 novembre 2014. Ma giustizia non è stata fatta, ancora no.
Qualcuno ha devastato un bene pubblico e non è chiaro se abbia pagato un risarcimento o meno, se sia sotto inchiesta o meno, se qualcuno abbia denunciato o meno il danno che tutti i viterbesi da sei mesi subiscono.
Di sicuro se qualcuno, anche per sbaglio, avesse determinato qualche problema sui pozzi che riforniscono le stazioni termali gestite da privati sarebbe già stato trascinato in tribunale e già gli sarebbero stati chiesti risarcimenti milionari. Questa volta no, il Bullicame è di tutti i viterbesi quindi chi se ne frega.
Sta di fatto che la “callara” è diventata un corpicino esile, prossimo alla sparizione. Non alimenta più nessun canaletto e l’acqua alle pozze è portata da un tubaccio che le collega al pozzo San Valentino.
Nella vasca del rospo smeraldino è tornato qualche litro di liquido e fanghiglia e con queste il canto delle rane. Ma si tratta di una soluzione provvisoria vergognosa e imbarazzante. In tutto questo, ieri, abbiamo assistito a una scena assurda.
Una bambina, in visita al Bullicame, con il papà ha preso da terra un paio di sassi. Subito è intervenuto il custode, dicendole: “Se ci giochi qui va bene, ma non puoi portarli via”.
Avete capito bene. In questa città c’è chi può permettersi di portare via l’acqua al Bullicame e chi neanche un sasso. Ai tempi del marchese del Grillo era diverso, almeno di giocare non si vietava a nessuno.

















