
FERENTO – Se le disavventure dell’esistenza avessero mandato in frantumi il vostro Edipo e per qualsiasi motivo foste dell’errata opinione che investire parte dei vostri guadagni in un buon analista non sia l’unica opzione percorribile per rimetterne insieme i cocci, potrete allora giovarvi di un eccellente effetto placebo assistendo, in una delle prossime date previste nei teatri nella Penisola, alla rappresentazione di “Amleto” presentato mercoledì sera a Ferento.
L’opprimente onnipresenza, in vita e in morte, della figura paterna e la tortuosa strada che è necessario percorrere per spezzare le catene psicologiche che da quell’onnipresenza si forgiano asfissiando l’esistenza e la libertà dei figli fu straordinariamente rappresentata dall’idea registica che permea lo spettacolo, e a questa rispondevano benissimo le soffocanti scarlatte scenografie, i sapienti tagli laterali del disegno luci (ma qualcuno si prenda per il futuro la briga di fermare quel malcapitato che, in quinta, continuava imperterrito a passeggiare di fronte a un proiettore!) e la scelta del costumista di vestire l’ombra del padre di Amleto a vaga immagine di un inflessibile prete, immagino protestante.
Certamente volendo piegare l’opera shakesperiana a quanto si intende dimostrare, ossia come sia imprescindibile far pace con i mostri generati dalle figure paterne e quanta sofferenza generi questo inevitabile processo, è necessario dotarsi di bisturi e penna: il primo per cassar via dalla scrittura del Bardo quelle parti che poco hanno a che fare col nostro scopo, la seconda per integrare il testo di quanto necessario da un lato a rendere immediatamente percepibile, anche a uno spettatore dalla ridotta soglia di comprensione, il nostro obiettivo e dall’altro a sorreggere in maniera inequivocabile il postulato.
Sull’altare di questo paziente e certosino lavoro di ricostruzione freudiana del testo vennero dunque a cadere, elenco non esaustivo per amore di brevità, la recitata follia di Amleto che qui divenne vera e propria irascibile e nevrotica ossessione, un folto gruppo di personaggi di fianco ivi inclusi i teatranti, l’intera scena della morte di Ofelia insieme a vasta parte delle sue battute lungo l’intera opera, l’avvelenamento della regina Gertrude insieme a una buona porzione del suo ruolo, il tragico finale che venne invece mutato in una presa di coscienza paterna e filiale della assurda vacuità di perpetuare i conflitti e, ahimè, il povero Yorick.
Gli attori e le attrici lavorarono a questo progetto in maniera sublime, ciascuno secondo i propri mezzi espressivi. Gli echi d’antico che risuonavano nella recitazione di Branciaroli a paragone di quella dei più giovani colleghi, lungi dal risultare stucchevoli segnavano ancor di più l’abisso generazionale tra padri e figli servendo ottimamente allo scopo. A Montanari si deve la versione più efficace del celebre monologo di Amleto che abbia avuto la ventura di ascoltare da tempo.
L’Ofelia di Tieghi e la Gertrude di Bertelà fecero eccellente uso del poco a loro rimasto dopo la purga freudiana lasciando a chi scrive il desiderio di rivederle misurarsi con l’interezza del testo, il che vale anche per gli altri eccellenti loro colleghi. Se i due becchini furono qui trasformati in un siparietto d’avanspettacolo non faremo certo di questo un torto a chi è stato chiamato ad incarnarli, ossia i bravissimi Cecchi e Francucci.
Chi apprezza questo genere di operazioni drammaturgiche avrà senza ombra di dubbio assaporato ogni istante dell’eccellente messa in scena. Dal mio canto, certamente per via dei troppi anni trascorsi e di una differente formazione, sono afflitta da una incurabile forma di allergia
per chi usi le forbici sui testi del Bardo e tendo a considerare peccato di hybris pensare di poter metterci penna sopra, dunque assaporai meno. La serata fu salutata dal numeroso pubblico con applausi convinti ma non prolungati, il che mi fece sentire, improvvisamente, meno sola.


















