

VITERBO – L’espressione “inverno demografico” non è più solo una formula statistica, ma una realtà tangibile che sta ridisegnando i confini sociali della Tuscia. Se il capoluogo Viterbo e i centri più grandi arrancano, è nei piccoli borghi che il silenzio delle culle diventa assordante.
Analizzando i dati degli ultimi dieci anni, emerge una mappa della denatalità che colpisce soprattutto l’Alta Tuscia e i comuni meno popolosi, dove le nascite si contano ormai sulle dita di una mano o, in alcuni casi, sono del tutto assenti per interi anni solari.
La classifica del silenzio: I comuni con meno nati
Negli ultimi dieci anni, il primato negativo spetta ai comuni con la popolazione più ridotta e l’indice di vecchiaia più alto. Tessennano, il comune più piccolo della provincia, è anche quello che soffre maggiormente. Con una popolazione che oscilla intorno ai 300 abitanti, ha registrato anni con zero nati. La media dell’ultimo decennio è di appena 1 o 2 nascite l’anno. Le cose non vanno meglio a Proceno, qui le nascite sono diventate un evento eccezionale, con una media che non supera i 2-3 nati annui. A Onano il tasso di natalità è sceso ai minimi termini, spesso sotto la soglia dei 3 neonati per anno.
Sebbene in alcuni anni abbia mostrato lievi segnali di ripresa Arlena di Castro invece resta uno dei centri dove il saldo naturale (nati meno morti) è costantemente e pesantemente negativo.
Il tracollo dei centri medi
Non sono solo i piccolissimi a soffrire. Anche centri storicamente vitali hanno visto dimezzare i propri numeri tra il 2014 e il 2024. Acquapendente nel 2024 ha registrato solo 28 nati a fronte di 115 decessi, un rapporto di quasi 1 a 4. Vetralla e Civita Castellana, pur avendo numeri assoluti più alti, hanno visto il loro tasso di natalità crollare da circa l’8‰ al 5‰ in soli dieci anni.
Le cause del “gelo” nella Tuscia
La fotografia degli ultimi dieci anni evidenzia tre fattori critici. In primis troviamo l’indice di vecchiaia. In comuni come Latera o Acquapendente, l’età media supera i 48-50 anni. Con una popolazione prevalentemente anziana, la base fertile è ridotta ai minimi termini.
Poi c’è il fenomeno della fuga verso il centro. I giovani delle zone periferiche tendono a spostarsi verso Viterbo o verso l’area metropolitana di Roma per lavoro, portando altrove il potenziale demografico. Infine la carenza di servizi. La chiusura di scuole materne e presidi sanitari nei piccoli centri funge da deterrente per le nuove coppie, alimentando un circolo vizioso: meno nati, meno servizi, meno attrattività.
Uno sguardo al futuro
Se il trend non dovesse invertirsi, entro i prossimi vent’anni alcuni comuni della Tuscia rischiano di trasformarsi in “paesi dormitorio” composti quasi esclusivamente da over 70. L’unica nota di speranza, nell’ultimo decennio, è arrivata dall’immigrazione: nei comuni con un saldo migratorio positivo come Orte, che detiene uno dei tassi di natalità più alti della provincia grazie alla presenza di cittadini stranieri, la vitalità demografica è riuscita a resistere meglio all’urto del tempo.

















