

VITERBO – Due milioni e seicentocinquantaseimila euro. Questa è la cifra che, nel 2014, ha sancito il valore di mercato di due sottili strisce di legno, appena 64×17 centimetri l’una. Due tavole. Poco più che due righelli. Eppure, per il mondo del collezionismo internazionale, sono state un affare da capogiro. La casa d’aste Lempertz di Colonia, quel giorno, polverizzò le stime: partiti da una base di 800mila euro, la Santa Caterina d’Alessandria e il Sant’Antonio Abate di Matteo Giovannetti hanno scatenato una battaglia a colpi di rialzi.
Perché tanto fervore? Perché stiamo parlando del “pittore dei Papi”, il genio viterbese che ha segnato il Trecento europeo, l’uomo che ad Avignone ha dettato l’estetica di una corte che dominava il mondo. Il punto, però, non è solo l’eccellenza artistica. Il punto è che quei capolavori sono finiti in mano a privati stranieri perché uscirono dai confini italiani decenni prima che la Legge Bottai, nel 1939, mettesse finalmente qualche paletto a difesa del nostro patrimonio. Prima di allora, l’arte nostra era una miniera a cielo aperto, pronta per essere esportata e trasformata in asset finanziari per facoltosi investitori d’oltreoceano o del Nord Europa.
Ma mentre il mercato globale batte record, a Viterbo cosa resta? Poco, pochissimo. O meglio, resta la memoria di scempi che ancora oggi bruciano. Il 1952 è l’anno zero della nostra amnesia collettiva: le ruspe arrivarono a San Faustino per demolire il monastero degli agostiniani e, prima che le mura crollassero, si pensò bene di “strappare” cento metri di affreschi di Giovannetti. Cento metri di storia che, da quel momento, sono svaniti in un buco nero tra incuria e dimenticanza.
E qui nasce l’assurdo viterbese. La nostra città vanta tra i suoi figli uno dei massimi interpreti dell’arte trecentesca, un nome che da solo basterebbe a riempire le agende del turismo culturale di alto livello. Eppure, Comune e istituzioni non sono mai riusciti a costruire uno straccio di percorso, una narrazione seria, un progetto che mettesse a sistema il “brand” Giovannetti.
Siamo una città che ha partorito un gigante e che oggi si ritrova a guardare da lontano le sue opere vendute a peso d’oro in Germania, mentre in casa propria si fatica a valorizzare anche quel poco che è rimasto (come il Sant’Andrea a Pianoscarano, che sopravvive nel silenzio). È una sconfitta doppia: economica, perché quel valore è volato altrove, e culturale, perché continuiamo a ignorare la portata internazionale di chi ci ha reso grandi.
Viterbo ha bisogno di svegliarsi. Non possiamo continuare a piangerci addosso per le occasioni perse se siamo i primi a non muovere un dito per riappropriarci, almeno culturalmente, di un nome che altrove pagano milioni di euro. Il “pittore dei Papi” non merita di essere l’ospite dimenticato nel salotto di casa sua.

















