
Due mesi e oltre sessanta giorni di crisi. Tanto è passato da quel voto in Consiglio con il quale la minoranza, con la complicità dei sette dissidenti del Pd, ha bocciato la nomina del Collegio dei Revisori dei Conti ed ha aperto ad una lunga ostilità tra le forze della maggioranza. La crisi, nata secondo alcuni per questioni amministrative come la cacciata dell’assessore Vannini, secondo altri per motivazioni politiche, a tutti gli effetti oggi è sia l’uno che l’altro.
La guerra politica all’interno del Pd è stata acuita dal tesseramento che si è chiuso a fine gennaio e lo scontro di parte dei democratici con i MoRi continua a covare. La guerra amministrativa invece è al massimo della sua forza con 3 commissioni consiliari su 5 cinque bloccate e un Consiglio comunale fermo sul 13 voti pari tra maggioranza e opposizione e impossibilitato dunque a procedere ad alcuna decisione se non congiunta.
La chiave per aprire la porta e far tornare l’ossigeno all’interno delle Istituzioni ora ce l’hanno in mano solamente i sette consiglieri del Partito Demcoratico che hanno deciso di chiudere la porta al dialogo lo scorso 17 dicembre. Solo loro o rientrando o uscendo definitivamente dalla scena, infatti, possono fermare definitivamente o far ripartire la baracca. Ad oggi infatti nemmeno le dimissioni del sindaco Michelini sarebbero di aiuto: consegnandole avrebbe 20 giorni di tempo per ritirarle, ma anche se non lo facesse Viterbo sarebbe comunque condannata ad un lungo commissariamento fino alle elezioni del 2017.


















