

IL DOMENICALE – Se Donna Olimpia Maidalchini Pamphilj rappresentò il potere, Pasquino rappresentò la sua ombra critica. Da una parte la donna più influente della Roma barocca, capace di entrare nei palazzi pontifici come pochi uomini del suo tempo. Dall’altra la statua parlante più famosa della città, voce corrosiva del popolo romano, capace di trasformare rabbia, ironia e malcontento in versi taglienti affissi nottetempo.
Il rapporto tra Donna Olimpia e Pasquino fu una vera guerra simbolica. Per capire quella battaglia bisogna entrare nella Roma del Seicento. Una città dove il potere della Chiesa era immenso, ma dove il popolo trovava comunque modi indiretti per colpire papi, cardinali e nobili. Le “pasquinate” erano proprio questo: satire anonime, spesso feroci, che prendevano di mira i potenti, nessuno finì nel mirino quanto Donna Olimpia.
Nata a Viterbo e diventata cognata di Papa Innocenzo X, Olimpia era accusata di controllare il Papa, influenzare nomine, accumulare ricchezze e usare la propria posizione per costruire un potere personale enorme. Per Roma era diventata “la Papessa”. Pasquino non le diede tregua. Ogni decisione pontificia, ogni favore, ogni nomina veniva attribuita a lei. Le satire la dipingevano come una donna divorata dall’avidità, pronta a tutto pur di accumulare denaro e influenza. Una delle pasquinate più celebri diceva: “Per chi vuol qualche grazia dal sovrano, aspra e lunga è la via del Vaticano; ma se è persona accorta corre da Donna Olimpia a mani piene e ciò che vuole ottiene.”
In poche righe c’era tutta l’accusa: la vera strada del potere non passava dal Papa, ma da Donna Olimpia. Eppure, quella satira raccontava anche altro. Pasquino colpiva certamente corruzione, favoritismi e nepotismo, mali profondamente diffusi nella Roma pontificia. Ma nel caso di Donna Olimpia c’era una ferocia particolare. Perché il vero scandalo non era soltanto il denaro. Era il fatto che una donna esercitasse un potere enorme in una società costruita dagli uomini. Gli uomini avidi del Seicento erano quasi la normalità. Una donna potente diventava invece una figura mostruosa.
Così la satira popolare trasformò Olimpia in un personaggio quasi demoniaco. Nacque il mito della “Pimpaccia” che vaga di notte su un carro infuocato tra il Gianicolo e Trastevere, trascinata verso l’inferno dalle proprie colpe. Una leggenda che sopravvisse nei secoli molto più della verità storica. Ma il rapporto tra Donna Olimpia e Pasquino racconta soprattutto qualcosa di profondamente moderno: il conflitto eterno tra potere e opinione pubblica. Pasquino era, in fondo, una forma primitiva di stampa satirica, di giornalismo irriverente, quasi di social network ante litteram. Colpiva i potenti con sarcasmo, slogan, battute facili da ricordare. Creava reputazioni e le distruggeva.
Donna Olimpia ne fu vittima perfetta perché incarnava tutto ciò che il popolo romano amava odiare: ricchezza, influenza, lusso, nepotismo e soprattutto un potere femminile vissuto come anomalo. Eppure, paradossalmente, fu proprio Pasquino a renderla immortale. Senza quelle satire, senza quell’odio popolare, forse oggi Donna Olimpia sarebbe soltanto una figura minore della corte pontificia. Invece è diventata leggenda. Ancora oggi il suo nome continua a evocare immagini, racconti e contraddizioni.
Da una parte la donna spregiudicata che accumula potere. Dall’altra una figura che dimostra quanto fosse difficile, nel Seicento, per una donna occupare uno spazio politico senza essere trasformata in bersaglio pubblico. Forse è proprio questo il punto più interessante: Pasquino voleva distruggere Donna Olimpia, ma finì per consegnarla alla storia.


















