Domani è sempre un altro giorno
Foto Francesco Mattioli
CNA 800x120
Se chiudi gli occhi per un minuto, e poi ti guardi intorno, vedrai che il mondo è già cambiato.

IL PUNTO DI VISTA – Temo che dovremo abituarci a usare nuove categorie interpretative di ciò che accade nel mondo e di ciò che accade intorno alla nostra vita quotidiana. Che il mondo cambi è un fatto inequivocabile e se facciamo una sommatoria complessiva, sta anche crescendo. Certo, con intoppi e brusche, ma temporanee, marce indietro: la Rivoluzione Francese ha fatto crescere uguaglianza e libertà, rispolverando persino le Parole del Vangelo, ma è ricordata anche per la ghigliottina; la democrazia ha vinto, ma nazismo, fascismo e comunismo l’hanno messa a dura prova, e tentano di farlo ancora oggi in ogni continente.

Ricordo una delle prime lezioni del mio maestro Franco Ferrarotti: “L’Umanità fa due passi avanti e uno indietro; avanza sempre è vero, ma a duro prezzo, e se vivi durante il passo indietro, è dura”. Ho scritto un saggio sul cambiamento, e l’ho intitolato “Domani è sempre un altro giorno” ispirandomi alle parole con cui chiude il film “Via col vento” la protagonista Rossella O’Hara; aggiungendo quel “sempre” ho voluto ricordare che il cambiamento è ineluttabile.

Ma il problema vero è la velocità del cambiamento. Più è veloce più crea distorsioni, resistenze, equivoci, insomma più differenze nelle reazioni. La cosiddetta “legge di Moore”, espressa dall’omonimo scienziato fisico già sessant’anni fa, sentenziava che l’apparato tecnico delle nuove macchine elettroniche si rinnova continuamente; di qui poi l’estensione della legge alla scienza e alla tecnologia, che in base a essa sembravano rinnovarsi circa ogni dieci anni, imponendo inevitabilmente sensibili cambiamenti negli usi e nei costumi, oltre che nella soddisfazione di nuovi bisogni collettivi.

Bene, oggi di fronte ai progressi dell’intelligenza artificiale, si può dimostrare che tutta la tecnologia cambia nel giro di due anni. E, a leggere dei progressi che continuamente si accavallano nell’Intelligenza Artificiale generativa, nella genetica, nelle neuroscienze, in medicina, nei processi comunicativi, ma anche solo nell’aggiornamento dei nostri dispositivi d’uso comune, è difficile negarlo.

D’altronde i social appena cinque anni fa erano rappresentati pressoché solo da Facebook e sembravano uno sfizio per pochi, mentre oggi governano persino le comunicazioni politiche internazionali. Inoltre si pensi alla motorizzazione, oggi rivoluzionata dai servizi elettronici e informatici istallati sulle automobili. E ancora, si pensi ai droni: fino a pochi anni fa erano dei trabiccoli per giocare o per fare foto suggestive, mentre oggi sono strumenti di guerra collaudati e sempre più feroci.

Un mondo trasfigurato 

Dunque, di fronte a tali premesse, si aprono scenari che ci auguravamo di dover seguire solo nei film di fantascienza più apocalittica. Ritroviamo sul suolo europeo una guerra, espressa in tutte le sue manifestazioni più maligne, che pensavamo ormai confinata alle lande più abbandonate dell’Africa e di una Mesopotamia lontana e diversa da noi. Nemmeno un minaccioso comunista come Breznev ci aveva
provato, ci prova il “democratico” Putin.

Siamo stati abituati a pensare agli Stati Uniti come a un partner indissolubile dell’Europa, anzi a un esempio di democrazia, di progresso per il Vecchio Continente, nella continuità della cultura e della civiltà dell’Occidente. Lì si è costruita una libertà, seppur ancora imperfetta, dal 1776; da lì è partito il boom industriale e si è realizzata una democrazia industriale; da lì è venuto per due volte il sostegno determinante contro il dispotismo militare, nazifascista e comunista in Europa; lì è nata la lotta contro il razzismo; lì è nato il movimentismo giovanile, a Berkeley, contro il capitalismo di rapina; lì è nato l’ambientalismo.

Eppure oggi gli Stati Uniti sono un paese ridotto ad un regime autocratico dove l’opposizione viene rimossa a suon di dollari e di provvedimenti estremisti ad personam, quasi come in Iran. La politica estera americana, ormai al servizio di interessi economici privati, non guarda più all’Europa, si svincola dalla filosofia liberale dell’Occidente e punta piuttosto ad oriente, ai suoi nuovi e ricchi mercati, combattendo battaglie di retroguardia in fatto di libertà e di ambientalismo in collusione con i peggiori regimi dittatoriali.

E quel che preoccupa non è tanto che il protagonista sia un Trump, un tycoon qualunque che, assieme ai suoi sodali e parenti, pensa solo ai suoi affari privati, ma che la maggioranza del popolo americano gli abbia dato il via libera garantendogli l’elezione, nonostante l’inconcepibile assalto al Campidoglio del 2021 da parte dei suoi sostenitori.

Certo, la colpa è anche di un partito democratico allo sbando, senza leader e senza idee, ma questo sembra ormai un leit motiv di qualsiasi schieramento progressista dell’Occidente, che rivela il declino di una progettualità liberal-socialista, il decadimento della politica a mera demagogia, il terrore di dover essere politicamente corretti a costo di divenire politicamente incoerenti, intellettualmente autoreferenziali e conservativi, lontani dal pensiero e dai bisogni popolari correnti, di interpretare la complessità della modernità e incapaci di prendere decisioni sostantive.

La normalità dell’incertezza

Il mondo così piomba in balia di demagogie e di avventurieri, di complottismi di maniera, di fanatismi populisti, di marchettari della politica che si inventano pensatori del nulla. Sui social si allarga la massa di coloro che si abbandonano al primo impostore di passaggio, che ammiccando ad un pubblico senza volto e senza testa riduce a due battute a effetto la soluzione di complessi problemi epocali.

Così i social – che di per sé sono come il coltello, con cui si può affettare prosciutto o persone, a seconda di chi lo maneggia – grazie all’anonimato pullulano di fake news e di shaming, a beneficio soprattutto delle menti più semplici e più manipolabili, che si entusiasmano nell’avere un modello “come uno di noi”, e soprattutto godono nel poter “esserci” senza alcun intoppo. E poi, basta avere il supporto di un tecnico e di avere voglia di dire o fare qualcosa, qualsiasi cosa, magari sorprendente o stavagante, e i likes dei tanti tuoi simili ti permettono anche di far soldi.

Se poi ci si mette pure la scienza, che con la fisica quantistica ha sostituito necessariamente l’oggettività dei fatti con la convenzione probabilistica, e persino la religione, che talvolta pur di conservare un volto ecumenico e chiamare alla pace chiama a raccolta tutte le fedi, comprese quelle più inumane e divisive, il quadro dell’ indeterminatezza si allarga a dismisura diventando confuso. Si sputa sulla Shoah per essere Propal o al contrario si rifiutano paragoni tra Gaza e Auschwitz; si parla di consumo di suolo con gli impianti fotovoltaici ed eolici, ma si vuole un futuro pulito.

Insomma, aveva ragione Zygmund Bauman quando parlava di società di società liquida che non riesci a capire, a trattenere tra le tue mani. Un società che è “normale” nella sua incertezza costitutiva. In questa temperie, diventa difficile vedere il giusto e l’ingiusto, oltre che il vero e il falso; e usare categorie argomentative sorpassate o inutili persino quando si vorrebbero propugnare cambiamenti virtuosi.

Il caso di Viterbo

Prendiamo il caso dei destini della nostra Città, di Viterbo. Pensiamo di far camminare Viterbo, e scopriamo che gli altri già corrono. E vendono beni che valgono la metà dei nostri e se li fanno valutare e pagare il doppio, con un’opportuna e allettante narrazione. Pensiamo di far vincere un’idea solo per averla espressa soggettivamente, spesso senza alcun sostegno fattuale e senza competenza professionale.

Pensiamo – e mi ci metto anche io per onestà – che scrivere un libro sia un modo di fare proposte, quando nessuno più legge, perché la stragrande maggioranza della comunicazione è audiovisiva – tramite smartphone o pc – e, soprattutto, va gridata, anche a costo di essere invasiva.

Ad esempio il caso del Cinema Lux: ma se con un abbonamento annuale il film te lo vedi in poltrona, a che concepire un cinema, come luogo di fruizione collettiva di uno spettacolo che non è teatrale ma multimediatico? La presenza di un cinema non è necessariamente un aut aut per diventare capitale europea della cultura. Forse lo è molto di più un centro interattivo di informazione globale, che ti mette in comunicazione con il mondo, in tutti i suoi aspetti.

E i negozi in centro? Quale appeal commerciale e comunicativo possono avere, così come li concepiamo ancora oggi, in una società di consumatori che pretendono il parcheggio coperto a pochi passi dal luogo d’acquisto, che si muovono meglio in un’ampia e comoda area commerciale plurale, e che tra pochi anni vedranno prevalere definitivamente l’e-commerce, nelle sue forme più raffinate e capace di consegnar loro il pacco via drone persino se si trovano fuori casa?

Siamo sicuri di avere le idee chiare sui destini di Viterbo? E’ possibile che vinca sempre il tot capita tot sententiae? Che le ricette siano giuste? E che comunque che ci sia veramente qualcuno disposto a metterle in pratica?

Come è possibile che l’edificio della Banca d’Italia non interessi a nessuno, in una città turistica, termale, culturale che dovrebbe essere riempita non solo di b&b per una breve visita fatta al risparmio da qualche neofagottaro, ma anche di hotel stellati per una esperienza full immersion in quel paradiso terrestre che potrebbe essere la Tuscia?

E il tutto, al ritmo di una legge di Moore rivista nella sua velocità, sempre più impellente, e nell’indistinto di una comunicazione mediatica dove non vale più tanto un vero condiviso quanto un vero immaginifico e costruito ad arte. Buon Natale. Oops, un momento: in che senso Buon? In che senso Natale?

 

Gli Stati Generali La Fune
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

ance
CAMCOMRIVT-banner-web-300x150
400 Confartigianato
CNA 300x300
monastero interno
asvis 2
Jeep_Compass_apex_300x300_200
Fune 300x300
lafune_300 x 600
POST FB 01
Masicar300x300-optimize
Onda
Foto Fisioterapy Center
TdP_Inalazioni
aiac_banner_01
domenicale post