
Dimettersi o non dimettersi? Questo è il problema, almeno per il sindaco di Viterbo Leonardo Michelini.
In queste ore è alle prese con la crisi più complicata della storia dell’attuale amministrazione comunale.
E il sindaco, che giovedì si è recato in consiglio dettando un ultimatum (leggi), è di fatto in un cul de sac.
Le sue parole sono state chiare: “Io non vendo poltrone, non frabbrico poltrone. La giunta è una mia prerogativa”. Poi ha dettato i nomi e le deleghe di ognuno, mandando in bestia una delle due anime della sua maggioranza.
L’aut-aut non ha funzionato e la mossa del sindaco ha incassato la contromossa di Alessandra Troncarelli, che si è rifiutata di firmare l’incarico ad assessore ai Servizi Sociali. Ma tutto il gruppo dei nove: 7 Pd più Sergio Insogna e Francesco Moltoni; è d’un sentimento.
Si ritengono offesi dall’atteggiamento assunto dal sindaco, che di fatto non ha ascoltato le loro richieste di riequilibrio.
La partita in Comune si è messa piuttosto male. Michelini ha davanti a sé, più che un’impresa possibile, due strade praticabili. Da una parte arriva alla mossa tattica delle dimissioni. Attivando di fatto un timer che apre venti giorni di ragionamenti per trovare la pace.
E proprio nella serata di giovedì il sindaco sarebbe stato protagonista di un valzer di telefonate con gli uomini a lui più vicini. Argomento in ballo sui fili del telefono proprio quello delle dimissioni. I più però l’avrebbero sconsigliato, mettendolo in guarda dal rischio concreto di risolvere tutto con una fine anticipata del mandato.
L’altra via è quella della giunta a sei, fare finta di niente e tirare dritti. Nessuno lo farebbe cadere ma sarebbe uno stillicidio, con i nove pronti a entrare in consiglio ogni seduta con il colpo in canna.


















