








INSIDE – Mentre l’aria di settembre cala su Viterbo, la città ha celebrato ancora una volta la sua amata festa di Santa Rosa. Uno spettacolo in cui “la storia prende il volo e l’emozione illumina la notte”. Quest’anno, una conversazione con un sacerdote di periferia e due ex “facchini” è andata oltre la maestosa processione, esplorando il profondo mix di fede, tradizione e spirito comunitario che caratterizza questo evento unico.
Don Claudio Sperapani, parroco di Santa Barbara da 12 anni, vede la festa, in particolare attraverso gli occhi dei giovani “mini-facchini” che trasportano versioni più piccole della “Macchina di Santa Rosa”, come un faro per il futuro. “Vedo speranza – osserva Don Claudio – sono questi bambini che ci trasmettono questa verità … Attraverso di loro, passa davvero il Giubileo della speranza, speranza per il futuro della parrocchia e del quartiere”.
Sottolinea come la partecipazione a questi “mini-facchini” favorisca un senso di appartenenza e un legame autentico all’interno della comunità. Don Claudio descrive Santa Rosa stessa come una figura “ingombrante”, che ha pronunciato verità scomode del Vangelo, portandola all’esilio. Questa figura storica, sostiene, incarna la fede vissuta attraverso la carità e l’attenzione ai più deboli.
Tuttavia Don Claudio avverte anche che la religiosità popolare, se non continuamente rievangelizzata, rischia di diventare solo la “cromatura” di una celebrazione, perdendo il suo significato spirituale fondamentale e sottolinea il “viaggio interiore” di fede dei partecipanti, che va oltre il semplice evento serale.
Franco Chiaravalli, affettuosamente conosciuto come “Quintaletto”, ha svolto il ruolo di facchino dal 1978 al 2005, partecipando anche a tre Trasporti straordinari. Per lui, la fede verso Santa Rosa è continua, mentre la “Macchina” stessa rappresenta una tradizione la cui estetica può evolversi. Il suo ricordo più toccante rimane il “calore della gente” la sera del 3 settembre.
“Le grida, gli sguardi, soprattutto degli anziani, che ti sorridono: è incredibilmente toccante e ti ricarica”, racconta. Questo, dice, trasforma il
faticoso trasporto in un “atto di fede in tutti i sensi”. Franco esorta chi si trova fuori Viterbo a vivere questo mix “unico al mondo” di fede e tradizione, augurandosi che questo profondo attaccamento a Santa Rosa si estenda oltre le festività settembrine.
Per Roberto Ceccariglia, un altro ex facchino che ha portato 7 Macchine, dal 1984 fino al 2019, facendo la gavetta dalle corde a essere ciuffo negli ultimi dieci anni, Santa Rosa è un evento profondamente personale. “È un’amica a cui mi rivolgo quando ho un problema”, afferma semplicemente. “Un punto di riferimento significativo dopo il Signore, che illumina il mio cammino cristiano”.
Il viaggio di Roberto è iniziato come mini-facchino, ispirato dalla devozione della sorella maggiore, e lo ha portato a unirsi al Sodalizio nel
1984. Sottolinea che, sebbene la Macchina sia un’opera d’arte e i facchini un gruppo di giovani volenterosi, è “l’indissolubile binomio uomo-Macchina ad accendere la scintilla del 3 settembre”. Dopo essersi ritirato dal trasporto, per raggiunti limiti d’età, Roberto ora fa volontariato per l’AVIS e quest’anno, prestando servizio nella casa di Santa Rosa durante i festeggiamenti, si è sentito profondamente “a casa”.
La Festa di Santa Rosa, è quindi molto più di una rievocazione storica o di una processione religiosa. È una vibrante testimonianza dello spirito intramontabile di Viterbo, un’interazione dinamica tra una fede profondamente radicata, una tradizione amata e la potente forza unificante di una comunità, costantemente alla ricerca di un significato per il futuro.
© Maurizio Di Giovancarlo / Tuscia Fotografia / La Fune




























