
di Francesco Mattioli
VITERBO – Dai tempi di David Thoreau (cioè da circa centottant’anni) il termine “disobbedienza civile” ha assunto un valore progressivamente sempre più positivo; soprattutto nella sinistra internazionale, dove ha rappresentato uno dei temi privilegiati del pensiero di filosofi critici della società capitalista, che vanno da Hokheimer a Fromm a Marcuse, da Arendt a Bauman, dai maites à penser francesi come Levy, Derrida, Foucault ai pacifisti come Gandhi e Luther King, fino ai nostri Scotellaro, Pasolini, Levi, Terzani, Fofi, ecc.
La disobbedienza civile, la manifestazione fisica del dissenso hanno caratterizzato il Sessantotto, il Pacifismo, la lotta contro il Razzismo, quella per i Diritti lgbtqia+, per la difesa dell’Ambiente, e anche certa protesta sindacale. Di certo, è uno dei temi portanti e più amati dagli ambienti intellettuali del progressismo e del liberalismo occidentale, quelli che intendono vedere “oltre” e pongono la dignità di un cittadino, anzi di una comunità, al di sopra dell’immobilismo burocratico, conservatore e spesso oppressivo di certe manifestazioni del potere costituito, democratico o meno che sia.
Ovviamente, trattandosi di disobbedienza, va contro la forma della legge; anche se non necessariamente contro la sostanza, visto che la legge dovrebbe essere per gli uomini e non viceversa. Lo ha detto un certo Gesù, e lo hanno fatto capire, tra gli altri, personaggi che sono cari a molti, come Gramsci, Ferrarotti, Berlinguer.
Una disobbedienza è civile quando introduce temi che vanno a sostanziarsi poi in una visione morale della convivenza, cioè nel misurarsi con una visione “politica” nel senso alto del termine. Una politica vera è quella che si legittima con il rispetto degli interessi concreti di una comunità, prima che con procedure formali selezionate da interessi – o disinteressi – di parte. La rivolta del Sessantotto non è stata solo la
rivolta istintiva di una generazione ispirata da alcuni grandi pensatori, è stata una rivolta “morale” contro un sistema di potere letargico, autoreferenziale, autoritario che non faceva gli interessi di un popolo.
I sit in, le marce del pacifismo, dell’ambientalismo, ma anche le manifestazioni contro il sessismo patriarcale, pur divergendo dai dettami della legge, pur presentando inevitabili forzature, hanno avuto fondamenti morali che sottolineavano condizioni di intollerabile ingiustizia.
A questo punto, vorrei tornare sul caso Della Rocca, sugli interventi “illegali” sull’edificio ex Ospedale a S. Lorenzo. Qualcuno potrebbe chiedersi: cosa c’entra con il discorso sulla disobbedienza civile? Il fatto è che non c’è solo il macro, c’è anche il micro. C’è il sindaco di un paesino del Cremonese, Gombito, che bloccato dalle pastoie burocratiche decide di potare con le proprie mani alcune piante che impediscono la fruizione di un giardino pubblico. Non lo avesse mai fatto; i suoi avversari politici lo denunciano per aver infranto leggi dello Stato, regolamenti comunali e quant’altro e, mentre i figli di costoro finalmente possono giocare nel parco, il suddetto sindaco deve pagare di tasca propria una multa salata.
Oggi c’è un cittadino viterbese che, vergognandosi dello spettacolo che la Città offre al turista che si appresta a visitare le “bellezze” di Viterbo, dopo otto anni di inutili tentativi di stimolare le istituzioni, rinchiuse nelle loro prerogative giuridiche, cerca di minimizzare la schifezza di un tratto di strada fondamentale nel percorso turistico cittadino; e lo fa a modo suo e magari esteticamente discutibile, ma
sicuramente con interventi meno disastrosi del non intervenire. Certo, posso condividere le perplessità estetiche e le eventuali soluzioni alternative proposte dal collega Andrea Vannini: sarebbe stato meglio allestire dei grandi pannelli a ricoprire il muro sgretolato, con illustrazioni della storia di Viterbo da parte di street artists locali o del liceo artistico viterbese, previa richiesta di autorizzazione al Comune (lasciamo perdere la Regione, spesso distratta, e la Sovrintendenza, poco incline al fare).
Ovviamente non dovrebbe essere normale, in una comunità sana dove istituzioni e cittadini dialogano costruttivamente, che un individuo agisca di testa propria, perché si rischia di sottoporre all’estro soggettivo del singolo un interesse collettivo; tuttavia una amministrazione non dovrebbe neppure ignorare la dignità e i diritti di una comunità civica impegnata a promuoversi su un mercato turistico difficile e
concorrenziale. E, soprattutto, dovrebbe vigilare e convogliare nell’alveo della legittimità le espressioni di un civile, motivato, condivisibile, propositivo dissenso.
Si è verificata una disobbedienza civile, che qualcuno si impegnerà a perseguire legalmente. Ma nel nostro caso c’è anche una gravissima, offensiva omissione istituzionale di fronte all’orgoglio e alla sfida identitaria di una Città, oltre che di fronte ai bisogni concreti degli operatori economici e turistici. C’é una colpevole, ipocrita incuria esibita anche mediante una soluzione amministrativa precaria, di transennamenti di lunga durata che aggiungono obbrobrio a obbrobrio, tanto per pararsi dal rischio di danno fisico ad altrui persona, ma senza alcun segnale di provvedimenti definitivi a breve (dura più una transenna che un sindaco, diceva uno che se ne intendeva, l’amico prof. Osvaldo Ercoli).
Una mattina, i viterbesi si sono svegliati e hanno scoperto che c’è un tratto di strada, l’uscita dagli ascensori a Piazza S. Lorenzo, oggetto di disputa; ma nessuno si era accorto delle condizioni indecenti in cui era da anni? E nessuno si chiede perché qualcuno alla fine abbia reagito a modo suo? Molti ad ignorare, altri – e sempre più nella fila indiana di un coretto monodico – a pontificare su estetiche della comunicazione e su illegittimità giuridicamente rilevanti. Non ricordo altrettanta vis pugnandi, da parte di politici, amministratori, giornalisti, opinionisti, esperti d’ogni disciplina contro otto anni di incuria di quel passaggio obbligato per il turista e il visitatore.
Una vis pugnandi che nelle mani di politici e amministratori regionali e locali avrebbe dovuto condurre a una soddisfacente e tempestiva soluzione. La Regione, la Sovrintendenza, il Comune dicono di non aver mai rilasciato autorizzazioni a quel cittadino. E lo rivendicano? Pare perfino che un assessore ci abbia provato tempo fa, ad intervenire per migliorare la situazione, senza trovare risposta e soluzioni “legali”… Eppure soluzioni provvisorie ma di valenza estetica, in otto anni, le istituzioni avrebbero potuto trovarle, se solo avessero avuto la sensibilità civica di farlo.
Dissento – e sia chiaro: non lo faccio da cittadino, ma da Accademico di Scienze della Comunicazione – dai giudizi di Emanuele Usai su “meglio lasciare tutto com’era”, perché quel muro sgretolato e quelle transenne comunicano e narrano molto più un provincialismo culturale di quanto non faccia il tentativo di Della Rocca. E dissento, da Accademico di Sociologia, sul fatto che una disobbedienza civile sia solo una
pericolosa forma di anarchia come sostenuto da Usai, dall’assessore Floris, da certi politici di lungo corso e dai giornalisti di un quotidiano online che si va spendendo rabbiosamente contro Della Rocca: perché certi frutti di giustizia si raccolgono solo se si scuote l’albero che li trattiene prigionieri. E dissento anche da viterbese, ormai intollerante verso il pressappochismo e l’inerzia delle istituzioni locali, che non ne può più di tanta litigiosità fine a sé stessa.
Quel muro, quel tratto di strada disastrata accoglie i visitatori da otto anni; la vera vergogna è questa, non altre. E occorrerebbe coalizzarsi contro chi l’ha mantenuta, di qualsiasi colore politico sia o sia stato, piuttosto che rintuzzarsi a vicenda, sgomitando per condannare l’individuo reo, piuttosto che l’inerzia e la colpevole assenza pluriennale delle istituzioni. Peraltro, mi chiedo: se gli interventi fossero stati di un Banksy (o di un suo imitatore), il rispetto delle leggi sarebbe stato invocato con altrettanta supponenza? Se fossero stati opera dell’amico dell’amico di partito, sarebbero stati altrettanto perseguitati da tanta indignazione?
Adesso tutta la polemica si sposta su chi ha travalicato le transenne; come se fosse il vero problema, come se non succedesse ogni giorno in ogni angolo della città… Un esempio, tra i tanti: basta farsi un giro a Valle Faul, direzione Colle della Trinità, di transenne se ne trovano che stanno lì da anni e sono travalicate da anni, così come si trovano trabocchetti di vario genere, senza che nessuno si sia cotanto indignato. Le
transenne? In uno dei passaggi chiave del turismo viterbese e nel periodo delle feste? Se c’era pericolo, il problema doveva essere risolto nel giro di quarantott’ore, facendo i dovuti lavori e mandando il conto al proprietario, chiunque fosse.
Personalmente, e per quel che vale, a partire da questa storia – che presenta lati di intollerabile paradossalità nelle competenze/incompetenze delle istituzioni – avrei preferito una diuturna, estesa, collettiva e altrettanto impegnata campagna mediatica contro la vergogna di quello spazio urbano, contro l’immobilismo di una Regione, di una Sovrintendenza, di tre diverse amministrazioni comunali per l’affronto che tutte queste fanno ai cittadini viterbesi, ai beni culturali della Città, agli operatori turistici, nel lasciare un fondamentale biglietto da visita di Viterbo in quelle condizioni.
A che pro scagliarsi contro il tentativo, forse ingenuo, forse velleitario, probabilmente molto discutibile nel prodotto finale, eppur
significativo, di un viterbese che ci ha provato? “Era meglio lasciare tutto com’era” (immagino transenne comprese) è un’affermazione che dovrebbe far rabbrividire, specie chi si spende – stampa compresa – per il cambiamento.
Della Rocca ha voluto compiere una provocazione; come tutte le provocazioni è stata fuori delle righe, e ne pagherà probabilmente qualche conseguenza. Ma non si illudano la Regione e la classe politica viterbese che, tutta, in otto anni, si è succeduta al potere senza far nulla: stanno sfilando le critiche e l’indignazione di gente che è stata sindaco, assessore, consigliere di maggioranza e di minoranza negli ultimi otto anni e che non ha mosso un dito per rimuovere quelle condizioni di degrado; da questa vicenda le istituzioni ne escono vergognosamente inefficienti, trascurate, inette. E con loro, chi ha offerto bordone, ieri e soprattutto oggi, a tanta improntitudine.
Spero che dalla discutibile, modesta, illegittima e perseguibile iniziativa di disobbedienza civile di Della Rocca nasca almeno il fiore di una rinascita di quel pezzo di strada, che diventi un fiore all’occhiello della narrazione turistica di Viterbo, invece che la testimonianza del gretto provincialismo che la accompagna da decenni.
Ma ovviamente ciascuno è libero di pensarla come crede, di fronte a questa singolare e comunque istruttiva vicenda.


















