Decenni di solitudine di sorella Paola, dall’Eremo Ianua Coeli di Grotte di Castro, raccolti nel nuovo libro di memorie 'Nel Silenzio, oltre'
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Il sostegno alla loro impresa si estese oltre l'ambito ecclesiastico. Giulio Andreotti, l'eminente politico italiano, offrì il suo aiuto.

GROTTE DI CASTRO – Per chi la conosce, è semplicemente sorella Paola, una confidente fidata, la persona che mi chiama quando il telefono fa i capricci o ha bisogno di aiuto con una fotografia – come quella che impreziosisce la copertina del suo nuovo libro, “Nel Silenzio, oltre…”(Ed. Ceccarelli ndr). Ma dietro questo nome familiare si nasconde Anna Rita Moschetti, una donna romana che ha dedicato quasi sessant’anni a una vita di profonda contemplazione e solitudine all’Eremo Ianua Coeli di Grotte di Castro.

Sorella Paola, nata Anna Rita a Roma nel 1939, ha recentemente pubblicato il suo libro di memorie di 140 pagine, un racconto profondamente personale di una vita fuori dal comune. “Ho scritto questo libro come testimonianza per il futuro”, racconta. “Porto nel cuore la speranza che questo luogo mantenga la sua identità di Casa di Preghiera. La mia gratitudine va ai miei Vescovi e a tutti coloro che il Signore ha mandato nella mia vita come amici”.

Dopo la laurea in Lettere presso l’Università La Sapienza, è iniziato il singolare percorso spirituale di sorella Paola. Racconta di come il desiderio di solitudine si sia manifestato per la prima volta in modo significativo intorno ai vent’anni, in seguito a un viaggio sulle Alpi. Un disturbo apparentemente lieve, diagnosticato dal suo medico come infiammazione reumatica, richiese il riposo a letto. Fu durante questo periodo che avvenne un profondo cambiamento interiore.

“Quel via vai di persone che venivano a trovarmi disturbava qualcosa che non dipendeva da me”, scrive. “L’io che il Signore mi aveva chiamata a essere stava nascendo. Il Tu di Dio è diventato la Sua presenza, certamente attraverso purificazioni e maturazioni che richiedono anche rinunce”. Fa eco a Papa Benedetto XVI, citando la sua enciclica “Deus Caritas Est”: “L’uomo diventa veramente se stesso quando corpo e anima si trovano in intima unità; la sfida dell’eros può essere veramente superata quando questa unificazione riesce”.

Il suo cammino verso la vita monastica iniziò formalmente il 9 novembre 1961, quando lasciò la casa paterna. Qualche anno dopo, nel 1966, emerse una visione condivisa di un futuro contemplativo con sorella Agnese, che aveva già conosciuto in quel periodo. La ricerca di un luogo
adatto le portò nel viterbese, con l’aiuto degli amici Lina ed Enrico Vismara e del clero locale.

“Era il novembre del 1966 e avevamo appena scoperto il terreno che avremmo acquistato per costruire l’Eremo”, ricorda sorella Paola. “Chiedemmo loro se in quelle zone ci fosse qualcosa che soddisfacesse le nostre tre necessità: acqua, elettricità e Messa quotidiana”. Don Antonio, il parroco di Acquapendente, rispose: “Se vogliono pregare, che vengano pure, un posto si troverà”.

Il 5 novembre incontrarono don Angelo Patrizi, parroco dell’antica chiesa di Santa Maria delle Colonne a Grotte di Castro. Don Angelo, descritto come non ancora anziano, in abito clericale tradizionale, abbracciò immediatamente il loro progetto. Indicò un terreno boschivo dietro la chiesa in vendita a basso prezzo, organizzò l’allacciamento idrico, promise l’elettricità e offrì persino il primo piano della canonica per l’uso durante i lavori, assicurando loro la Messa quotidiana.

Il viaggio continuò in una fredda mattina di dicembre del 1966, quando sorella Paola, sorella Agnese e una terza compagna, sorella Colomba, furono ricevute dal vescovo Luigi Boccadoro di Montefiascone e Acquapendente. “Don Antonio ci aveva aiutato a trovare il luogo dove costruire il nostro piccolo Eremo. Ma prima, volevamo chiedere al vescovo la benedizione per il nostro progetto di vita consacrata, fatta di preghiera e lavoro, guidata dallo spirito della Regola del Carmelo”, spiega. “L’intesa con il vescovo fu immediata; capì lo stile di una vita ritirata ma aperta: eravamo figlie di un Concilio che stava fermentando l’intera Chiesa”.

Il sostegno alla loro impresa si estese oltre l’ambito ecclesiastico. Giulio Andreotti, l’eminente politico italiano, offrì il suo aiuto. “Avevamo bisogno di un lavoro compatibile con la nostra situazione e grazie a Don Malatesta che ci fece conoscere Giulio Andreotti “, racconta sorella Paola. Dato che Andreotti era noto per scrivere libri, “niente potrebbe essere più congeniale per me!”, riflette, riferendosi al suo lavoro di supporto alla ricerca mentre sorella Agnese supervisionava la costruzione del nascente eremo.

Il 13 aprile 1967, il vescovo Boccadoro in persona venne a benedire la prima pietra dell’Eremo. Anni dopo, nel febbraio 1986, sorella Paola e sorella Agnese ricevettero la “Consecratio Virginum” nella Cattedrale di Viterbo. Questo antico rito, ripreso dopo il Concilio Vaticano II, consacra le donne a Cristo come loro sposo, permettendo loro di rimanere nel mondo o di vivere una vita contemplativa. “Per noi è stato un compimento e allo stesso tempo un nuovo inizio, senza nulla togliere alla nostra vita di silenzio e preghiera che continua ancora oggi”, afferma.

Negli ultimi quattro anni, sorella Paola ha vissuto da sola all’eremo, dopo la scomparsa di sorella Agnese. Il suo nuovo libro, “Nel Silenzio, oltre…”, non è solo una cronaca personale, ma una testimonianza di una vocazione spirituale duratura, che custodisce l’eredità di una vita dedicata alla preghiera, alla solitudine e a una fede incrollabile, nella speranza che la “Casa di Preghiera” continui a esistere per le generazioni future.

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Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
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“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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