


VITERBO – Ci sono treni che passano rapidamente e vanno presi senza esitare. I data center rappresentano un’infrastruttura cruciale nello sviluppo dell’economia che verrà e che già oggi ricopre un ruolo centrale, ed è a tutti gli effetti il “treno” del momento.
L’area metropolitana di Roma già oggi costituisce il secondo polo nazionale per progetti di data center dopo la Lombardia. Giusto pochi giorni fa il consiglio comunale di Colleferro ha approvato uno dei progetti che si appresta a candidarsi tra i più importanti in Italia: un campus da 100 MW nella Valle del Sacco.
Non vi possono essere dubbi, quindi, capitale e domanda sono già protagonisti del mercato. Spetta quindi ora alla Regione indirizzare questa trasformazione in atto, al fine di creare le condizioni per dare valore aggiunto ai territori che si candidano a ospitare queste infrastrutture. Stiamo parlando di un alto valore aggiunto per i territori capaci di accogliere queste iniziative, che si traduce in investimenti, occupazione e, ove necessario, bonifica di aree contaminate.
Per fare questo occorre a questo punto una chiara cornice normativa regionale, per evitare che inevitabili forme di conflitti, anche sociali, possano far prevalere sacche di resistenza a questa nuova tecnologia.
A livello nazionale si intravedono all’orizzonte investimenti per circa 22 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, e il decreto-legge n. 21/2026 ha già introdotto un procedimento unico nazionale, con tre campus digitali prioritari entro il 2031. Per la Valle del Sacco, sito di interesse nazionale gravato da decenni di industria chimica e conseguente contaminazione, un investimento di queste dimensioni si trasformerà, se ben indirizzato, in un fattore di bonifica che nessun’altra politica pubblica sarebbe in grado di finanziare con altrettanta rapidità. Ma è un’occasione che altre Regioni hanno già iniziato a strutturare: senza l’adozione di strumenti propri, il Lazio rischia di vederla passare come somma disarticolata di iniziative comunali scoordinate.
In questo, come spesso accade, la Lombardia può essere un modello virtuoso da prendere a riferimento.
Il 26 maggio 2026 la regione lombarda ha approvato la legge regionale n. 11/2026, prima disciplina regionale organica sui data center. La legge rappresenta senza dubbio un caso di scuola su come trasformare la pressione insediativa in qualità territoriale. La legge orienta gli insediamenti verso aree dismesse vicine alle infrastrutture elettriche, premia energia rinnovabile (e qui, per le note ragioni, già discusse anche su queste pagine, la Tuscia sarebbe terreno elettivo) ed efficienza idrica con termini procedimentali più rapidi e minori oneri, e penalizza fino al raddoppio del contributo di costruzione il consumo di suolo agricolo. Per gli interventi sovracomunali (oltre 10 MW) la legge lombarda prevede una concertazione con tutti i Comuni interessati dalle esternalità, non solo quello ospitante.
Perché quest’occasione non si tramuti in conflitto occorrerà a mio avviso apportare un ulteriore ineludibile elemento, quello della partecipazione pubblica effettiva, imposta dalla Convenzione di Århus sull’accesso ambientale, come requisito di legittimità sostanziale di ogni progetto.
I progetti che affrontano un confronto reale fin dalle prime fasi hanno infatti il pregio di ridurre il rischio di opposizioni tardive, contenziosi e richieste di moratoria, come già si registra in alcuni Comuni della provincia di Frosinone.
Per la Tuscia, che attraversa una crisi idrica nota alle cronache, questo significa condizionare gli insediamenti all’esclusione del prelievo da corpi idrici tutelati. Questo vincolo, qualora ben ponderato, avrà il pregio di permettere di selezionare i progetti più efficienti senza inibire futuri investimenti.
Occorre auspicare quindi l’approvazione al più presto di una legge regionale laziale, che dia priorità all’uso di aree dismesse/contaminate ed escluda il prelievo dai bacini già in sofferenza. La legge dovrà poi a mio avviso fornire premialità procedimentali per i progetti di qualità e dovrà istituire una concertazione sovracomunale reale per gli interventi maggiori. In questo scenario, non potrà mancare la partecipazione pubblica effettiva agli iter autorizzativi.
Se il modello lombardo costituisce un buon punto di riferimento, allora la strada è giusta e va percorsa in fretta, prima che la corsa di singoli progetti la renda superflua.
















