

VITERBO – Caro direttore, nelle due precedenti riflessioni sui data center, che il suo giornale ha gentilmente ospitato, ho provato a mettere a fuoco due passaggi distinti tra loro ma chiaramente interconnessi. Nel primo contributo ho evidenziato la necessità che il Lazio non perda o comunque non subisca questa nuova stagione di ingenti investimenti, ma la governi, prendendo ad esempio a riferimento quanto sta facendo la Regione Lombardia, che ha approvato una legge regionale già alcuni mesi fa. Nel secondo contributo ho provato a illustrare, in concreto, quanto e cosa i Comuni possono fare in questa partita a scacchi appena iniziata. Avamposto di ogni battaglia sul territorio, i Comuni si confrontano quotidianamente con ogni evento che scuote e domanda risposte a un territorio. E i data center si candidano a essere uno dei più complessi.
Come credo sia emerso da questi precedenti scritti, è in corso una competizione nazionale e sovranazionale sulla possibilità di ospitare i data center sul proprio territorio. Abbiamo naturalmente già i due schieramenti pronti a darsi battaglia: favorevoli e contrari, difensori della novità tecnologica e strenui oppositori ai limiti del luddismo.
Mentre il dibattito è in corso su tutta la stampa, specializzata e non, cartacea e on line, la Lombardia non perde tempo e alla legge regionale 3 giugno 2026, n. 11, ha fatto seguire nelle ultime settimane l’approvazione di un atto regionale con cui ha dato concreta attuazione a quella legge. In sintesi, dopo aver sollevato la saracinesca del garage, ha infilato le chiavi nel cruscotto. Spetta ora agli operatori del settore provare ad accendere il motore e a guidare questa nuova fuoriserie della tecnologia. Ad alcune condizioni, però, che sono quelle dettate puntualmente dalla regione lombarda e che credo dovrebbero far desistere anche i più strenui avversari.
La deliberazione della Giunta lombarda n. XII/6645 del 3 agosto 2026, pubblicata sul Bollettino regionale del 28 agosto, è interessante proprio per questo. Non si limita a dire che un data center deve essere “sostenibile”. Il provvedimento stabilisce infatti anche come si debba dimostrarlo e collega la qualità del progetto a vantaggi concreti.
È un metodo che la Regione Lazio potrebbe adattare alle proprie caratteristiche, senza copiarlo meccanicamente, partendo ovviamente dal presupposto che sia prima approvata una legge regionale, di cui oggi ancora non si intravedono tracce.
Il modello lombardo si poggia su quattro priorità sotto i profili insediativo ed energetico-ambientale. Ogni priorità soddisfatta attribuisce un punto e colloca il progetto in una fascia premiale crescente. La logica in fondo è molto chiara. Chi prospetta, con l’istanza autorizzativa, di usare più attentamente il territorio, l’energia, il calore e l’acqua, troverà una pubblica amministrazione più favorevole, non sul piano dei controlli, che restano necessari, ma su quello dei tempi e degli incentivi.
E così, dal punto di vista della localizzazione, il governo lombardo ha previsto, per soddisfare la prima priorità, che almeno il 75% dell’area deve ricadere in ambiti di rigenerazione, areImposta immagine in evidenzae dismesse o siti potenzialmente contaminati individuati dal Comune. La prossimità alla rete elettrica è documentata, ma da sola non genera premialità.
In secondo luogo, gli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili devono interessare almeno il 60% delle superfici effettivamente disponibili – coperture, parcheggi, pensiline e piazzali – fatti salvi i vincoli comprovati.
In terzo luogo, per soddisfare la relativa priorità, deve essere recuperabile almeno il 25% del calore dissipato, soglia che sale al 35% dal 2030, con temperatura superiore a 18 °C, predisposizione all’esportazione del calore e spazi tecnici dimensionati per renderla effettivamente praticabile.
Infine, per quanto riguarda la tutela delle risorse idriche – grande tema degli oppositori ai data center – per soddisfare la relativa priorità la Lombardia richiede di escludere il prelievo da acquedotti, corpi idrici potabili o irrigui e corsi d’acqua tutelati. Il progetto deve anzi mirare a registrare un WUE (che è il c.d. Water Usage Effectiveness, ossia il rapporto tra il consumo annuo di acqua e l’energia utilizzata dagli apparati informatici) inferiore a 0,2 l/kWh (0,5 con fonti alternative) oppure coprire almeno il 70% del fabbisogno con acque di riuso.
A queste condizioni il governo lombardo ha aggiunto un ulteriore impegno. L’operatore deve infatti presentare una relazione energetica standardizzata, costruita sugli indicatori chiave usati per misurare la sostenibilità e l’efficienza ecologica, energetica e idrica dei data center (ossia il PUE, Power Usage Effectiveness; il WUE; l’ERF, Energy Reuse Factor e il REF, Renewable Energy Factor) e coerente con il Regolamento delegato (UE) 2024/1364, che ha avviato la prima fase del sistema comune europeo, definendo informazioni, indicatori e metodi di calcolo omogenei. Questo impegno permette di rendere più facilmente confrontabili i progetti e consente alla Regione di premiare risultati verificabili, anziché dichiarazioni di principio.
Le misure premiali sono graduate in quattro fasce. Con una priorità soddisfatta il progetto accede alla riduzione dei termini procedimentali e ai protocolli di semplificazione; con due si aggiunge la priorità nell’assegnazione delle risorse finanziarie regionali previste da determinati bandi e avvisi; con tre si aggiunge la riduzione del contributo di costruzione; con tutte e quattro si aggiunge anche la riduzione della superficie destinata ai parcheggi pertinenziali.
Tutto chiaro, insomma. Credo che il fischio di inizio si sia sentito oramai anche dalle nostre parti. Non resta che giocare bene la partita.

















