Dall'ultima tomba etrusca aperta a Barbarano emergono vasi finissimi del settimo secolo avanti Cristo. La bellezza degli ocra e delle terre e l'eleganza del bucchero nero
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C’è un sogno, tra queste zolle, che va oltre il singolo ritrovamento. Barbarano non è solo un luogo di scavi, è un laboratorio a cielo aperto.

BARBARANO ROMANO – C’è un silenzio speciale che abita la terra di Barbarano, un silenzio fatto di radici, di tufo e di una memoria millenaria che, di tanto in tanto, decide di tornare a parlarci. È un respiro antico che riemerge, capace di sospendere il tempo moderno, quello della frenesia, per riportarci dritto al cuore pulsante di una civiltà che qui, in questa valle degli ottocento silenzi, ha lasciato il segno indelebile.

Sono passate poco più di due settimane da quel 15 giugno, quando il velo si è squarciato. Sotto gli occhi attenti degli archeologi e dei ragazzi del progetto Virgil, arrivati dal Texas per studiare e vivere la Tuscia, quella tomba inviolata ha restituito il primo sussulto. Quando il sigillo è caduto, dopo quasi tremila anni, l’impatto è stato quello brutale della storia sepolta: grandi vasi, certo, ma avvolti nella penombra, nascosti da un abbraccio di fanghiglia e terra che ne custodiva gelosamente i dettagli.

Ma la storia, quella vera, ha pazienza. E la pazienza è stata la cifra distintiva di queste giornate di scavo. Il lavoro metodico, quasi chirurgico, degli studiosi ha iniziato a togliere di mezzo l’oblio, regalando una narrazione diversa, nitida, potente.

Sotto le mani esperte di chi scava non solo la terra ma anche il significato di un popolo, è emersa la meraviglia: vasellame finissimo risalente al settimo secolo avanti Cristo. È qui che la magia si compie. Non sono solo reperti, sono frammenti di vita che tornano a colorare il presente. Gli ocra caldi, le sfumature della terra che raccontano la vita quotidiana, e poi quel nero lucente dei buccheri, la firma elegante e misteriosa dell’artigianato etrusco che sfida i secoli e brilla ancora, indifferente allo scorrere delle ere.

C’è un sogno, tra queste zolle, che va oltre il singolo ritrovamento. Barbarano non è solo un luogo di scavi, è un laboratorio a cielo aperto. Il progetto Virgil non rappresenta solo un’opportunità accademica per studenti americani che si confrontano con la bellezza della Tuscia, ma è il tassello fondamentale di una visione più ampia: trasformare questo territorio in un Parco Archeologico Accademico.

Un progetto che trasforma la polvere in opportunità, che mette a sistema l’incredibile patrimonio di tombe di guerrieri e la ricchezza di vasellame per costruire un futuro in cui l’archeologia non sia solo un esercizio di memoria, ma un volano di sviluppo e orgoglio identitario.

Vedere quel nero di bucchero, che torna a riflettere la luce dopo tremila anni di buio assoluto, ci ricorda chi siamo. Ci ricorda che, sotto i nostri piedi, Barbarano continua a custodire tesori che non aspettano altro che mani sapienti, sguardi curiosi e la voglia di costruire, intorno a un vaso o a una decorazione, una nuova pagina di futuro. La bellezza, ancora una volta, ha scelto di riemergere da qui. E noi, da queste parti, siamo pronti ad ascoltarla.

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Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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