Dalla ricchezza alla dipendenza economica: il pericolo nascosto dietro il bum della nocciola
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La politica non deve mettere sotto accusa gli agricoltori: deve impedire che il successo di oggi diventi la fragilità di domani.

IL DOMENICALE – Dire che la nocciola può diventare un problema nel Viterberse sembra quasi una provocazione, perché intorno ai Monti Cimini questa coltura significa reddito, imprese, lavoro, trasformazione industriale e una delle produzioni agricole più riconoscibili del territorio; ma proprio perché rappresenta una ricchezza importante dobbiamo avere il coraggio di guardare anche ai rischi di una specializzazione troppo spinta, senza aspettare che siano una crisi climatica, una malattia o una caduta dei prezzi a costringerci a farlo.

I numeri mostrano una trasformazione rilevante: nel Lazio la superficie coltivata a nocciolo è passata da circa 19 mila ettari nel 2010 a oltre 25 mila nel 2023, con nuovi impianti realizzati anche su terreni precedentemente destinati a colture annuali e pascoli. ARSIAL segnala inoltre che la produzione regionale continua a basarsi soprattutto su un numero ristretto di cultivar, in particolare sulla Tonda Gentile Romana accompagnata dal Nocchione, una specializzazione che garantisce qualità e riconoscibilità commerciale ma che aumenta contemporaneamente la vulnerabilità del sistema.

È questo il punto: una monocoltura funziona benissimo finché funzionano le condizioni sulleఖ్య quali è stata costruita, ma diventa molto più fragile quando quelle condizioni cambiano.

Caldo più intenso, siccità, gelate fuori stagione, nuovi insetti e patogeni non colpiscono allo stesso modo un territorio agricolo diversificato e uno fortemente dipendente dalla stessa coltura e dalle stesse varietà, tanto che ARSIAL e l’Università della Tuscia stanno già sperimentando decine di cultivar differenti proprio per ampliare la base genetica, individuare piante più resistenti agli stress e ridisegnare i rischi collegati alla monocoltura varietale.

C’è poi la questione dell’acqua. Il disciplinare regionale ricorda che il nocciolo può resistere alla carenza idrica, ma lo stress riduce produzione, sviluppo fogliare e resa, soprattutto nei mesi estivi, quando proprio la disponibilità d’acqua diventa più critica. Se aumentano contemporaneamente superfici coltivate e necessità irrigue, mentre le estati diventano più asciutte, la politica non può limitarsi a sperare che l’equilibrio si mantenga da solo.

Ma il caso più delicato resta quello del Lago di Vico, perché mostra cosa accade quando agricoltura intensiva e ambiente fragile convivono senza sufficiente equilibrio. Un rapporto ISPRA ha indicato i noccioleti convenzionali all’interno della caldera, attraverso fertilizzazione e trattamenti fitosanitari, come una delle principali pressioni sulla qualità delle acque e sugli habitat del lago. Non significa trasformare i coltivatori nei responsabili unici dei problemi ambientali del bacino: significa riconoscere che quando una produzione diventa dominante deve assumersi, insieme alle istituzioni, una responsabilità proporzionata al proprio peso.

La risposta non può però essere dichiarare guerra alle nocciole, che sarebbe economicamente assurdo e politicamente irresponsabile. La politica dovrebbe fare esattamente il contrario: difendere la corilicoltura obbligandola e aiutandola a diventare più resiliente, sostenendo la diversificazione varietale, l’irrigazione di precisione, la riduzione dei trattamenti, l’inerbimento, le fasce vegetali di protezione, le tecniche biologiche e integrate, la ricerca e soprattutto la presenza di altre colture capaci di impedire che intere aree dipendano economicamente da un solo prodotto.

Qui entra anche un problema che spesso ignoriamo: la biodiversità agricola non è soltanto un valore ambientale, è una forma di assicurazione economica. Se una provincia dipende eccessivamente da una sola coltura, una fitopatia, un cambiamento nelle condizioni climatiche, l’ingresso di un nuovo concorrente internazionale o una crisi dei prezzi possono produrre conseguenze molto più profonde, coinvolgendo aziende, lavoratori, trasformatori e intere comunità. Diversificare significa quindi ridurre il rischio, non rinunciare alla specializzazione.

La responsabilità della politica è evitare che sia il mercato, da solo, a decidere quanto nocciolo deve esserci nella Tuscia, perché il mercato ragiona inevitabilmente sulla redditività dell’investimento individuale, mentre le istituzioni devono preoccuparsi dell’equilibrio collettivo, della disponibilità d’acqua, del paesaggio, della qualità dei suoli, della biodiversità e della capacità del territorio di resistere alle crisi future.

Servirebbe allora una programmazione agricola della Tuscia che dica dove la corilicoltura può consolidarsi, dove deve essere accompagnata da maggiori tutele ambientali, dove l’espansione non è più opportuna e quali altre produzioni conviene sostenere, mettendo finalmente insieme la ricerca dell’Università della Tuscia, la Regione, le organizzazioni agricole e le imprese. Perché la scelta non è tra nocciole e ambiente: la vera scelta è tra una nocciolicoltura che vive bene oggi e una nocciolicoltura capace di vivere bene anche tra vent’anni. La nocciola è una ricchezza della Tuscia; proprio per questo non dobbiamo permettere che diventi la sua dipendenza.

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