Cultura e informazione: ruoli e possibilità
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Fare cultura può significare non solo facilitare l’opera di artisti e intellettuali, ma anche recuperare forme espressive popolari, tutelare le memorie storiche. E, ancora, fare cultura significa sfruttare quelli che una volta erano chiamati i “giacimenti culturali” [...].

VITERBO – Che cosa è la cultura? Sostanzialmente se ne possono dare due accezioni. La prima, la più comune, riguarda l’insieme di conoscenze e di sensibilità che ruotano attorno alle opere della creatività umana, quindi filosofia, letteratura, storia, arti figurative, musica, teatro. A sentire Benedetto Croce, questo insieme di saperi e di sensibilità “elevate”, umanistiche, varrebbe molto più delle scienze fisiche e naturali, che sarebbero di natura strumentale, pratica, insomma roba da “vili meccanici”, per dirla con Manzoni.

Ancora oggi per molti una persona di cultura è quella che sa soprattutto di letteratura, arte, filosofia e storia; molto meno di economia, sociologia o medicina e quasi per nulla di fisica e matematica. Poi le cose sono un po’ cambiate e adesso la cultura non è più erudizione e spazia finanche ai temi della scienza; ma sostanzialmente resta un patrimonio di saperi che richiedono una sensibilità prettamente intellettuale e attenta al “bello” nelle sue varie forme. Un buon esempio oggi ci viene dal cinema, la cosiddetta “settima arte”, che distingue nettamente i capolavori di famosi registi creativi dalla produzione di film-spazzatura per un pubblico di bocca buona.

La seconda versione della cultura ha tutt’altro significato. Il termine venne adottato dall’Antropologia culturale nel XIX secolo per identificare quei sistemi di valori, quelle tradizioni, quegli usi e costumi che caratterizzano una data società in un dato periodo storico. Etnologi, antropologi, sociologi e psicologi giunsero a riscontrare la stretta connessione tra la struttura storico sociale di un gruppo umano e il suo sistema generale di valori, abitudini e conoscenze. In questa prospettiva si è fatto strada anche il concetto di “folklore”, che riguarda l’insieme delle tradizioni e delle memorie storiche più popolari e meno erudite, che tuttavia giocano un ruolo fondamentale, secondo Thoms e De Martino, nella costruzione dell’ identità di una comunità sociale. Il rapporto tra società e cultura peraltro diventa molto complesso, perché si influenzano a vicenda.

Il processo di costruzione sociale dei significati

C’è un nesso tra queste due accezioni di cultura? Oggi le scienze umane riconoscono che alla base della socialità sta un processo negoziato di costruzione di senso, cioè di attribuzione di significati condivisi all’agire umano in ogni sua espressione. Questo processo definisce i punti di riferimento della conoscenza, dell’etica, delle regole della convivenza comune e ci consente di ritrovare il nesso fra i due diversi significati di cultura.

Perché da un lato agisce come riflessione esistenziale, come arricchimento personale e collettivo di informazione, come creatività e chiama in causa la coscienza, il pensiero e l’intelligenza dell’Essere Umano, sempre aperto alla scoperta e all’innovazione; e dall’altro agisce come attività umana demiurgica e prometeica che produce un patrimonio di esperienze e di vincoli etici per la convivenza, con cui un popolo
costruisce la propria storia.

Quando si fa o si parla di cultura, insomma, occorre riferirsi a un processo di costruzione di senso; che potrà condurre a vari obiettivi. Ad esempio, definisce il significato di certi ideali comuni. Oppure stimola la conoscenza filosofica e scientifica, che offre nuove interpretazioni della realtà riflettendo sull’Essere Umano e i suoi destini, e la creatività artistica, che è profumo di sovrannaturale. O ancora recupera, anche criticamente, una identità popolare o storica. E non per ultimo tiene conto delle abitudini, quindi delle aspettative, dei bisogni, dei piaceri di una collettività, di una comunità sociale.

Mass media e cultura

Oggi, attraverso i media di massa – stampa, internet, social – questa costruzione e questo scambio di significati, questo delinearsi continuo di nuovi punti di vista e di nuovi obiettivi, questa incessante attività creativa, questo recupero di forme identitarie, questa analisi critica dei valori etici, questa continua ricerca di conoscenza e di scienza crescono a dismisura, diventano oggetto quotidiano di riflessione, di confronto sia intellettuale che pragmatico, di strumento di crescita e di sviluppo, legandosi immediatamente anche a una concezione nobile di bene-essere.

In questo processo in cui i media di massa acquistano un’importanza fondamentale nel veicolare e facilitare le relazioni interpersonali, individuali e collettive, per fini intellettuali, etici, religiosi, politici, finanziari, speculativi, ecc., l’informazione gioca inevitabilmente un ruolo strategico. Perché se è vero che l’azione sociale è governata primariamente dalle istituzioni, chiamate a regolare ciò che si può, si deve o si vuole fare per la convivenza a tutti i livelli, è altrettanto vero che i mezzi di informazione possono agevolare, contrastare, modificare tale azione raggiungendo i singoli individui e fornendo loro strumenti critici, alternativi o in appoggio ai processi decisionali di natura istituzionale.

Ad esempio, “fare cultura”, per un giornale, diventa un atto sociale che agisce a trecentosessanta gradi. Significa attenzionare, favorire,
valorizzare un progetto o un evento culturale di tipo artistico espressivo o creativo; ma anche sostenere un modello comportamentale, un sistema di valori, di mode e di abitudini, o richiamarsi ad alcuni referenti folclorici che caratterizzano l’identità di un popolo o di una comunità; o ancora, fare all’un tempo informazione, formazione, educazione laddove esse mancano o sono fuorvianti rispetto ad alcuni valori di base.

Fare cultura

L’importante è rendersi conto che la cultura non si fa solo e semplicemente organizzando una mostra di quadri, un concerto o un dibattito su dove sta andando il mondo; la cultura si fa proponendo e recuperando saperi, valorizzando tradizioni identitarie, ritrovando e tutelando un “luogo”, creando nuovi punti di vista su bisogni, abitudini, aspettative e problemi della comunità.

Fare cultura può significare non solo facilitare l’opera di artisti e intellettuali, ma anche recuperare forme espressive popolari, tutelare le memorie storiche. E, ancora, fare cultura significa sfruttare quelli che una volta erano chiamati i “giacimenti culturali”: luoghi storici, archeologici, architettonici, ambientali, documentali ma anche tradizione, enogastronomia, artigianato, che nella prospettiva di una vera e propria “industria del turismo” creino un’attrazione tale da diventare fonte privilegiata di sviluppo e di crescita economica, culturale e quindi sociale.

Lo devono fare le istituzioni, giocando al rialzo, guardando all’innovazione consapevole ma anche coraggiosa e spregiudicata; lo possono fare i media dell’informazione, offrendo stimoli, facendosi progettisti del cambiamento, sempre più sensibili alle esigenze e agli orizzonti della comunità umana, orizzonti che non sono mai fuori della storia, ma sono essi stessi storia. Perché la storia, si sa, è storia di esseri umani, di idee e di sogni, non di meri accidenti.

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