Cronaca di una provincia bloccata dall'acqua: in 30 minuti caduti 25 litri di pioggia a metroquadro
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Un’alluvione in miniatura, quanto basta per mettere a nudo, ancora una volta, la vulnerabilità di una provincia intera, da Viterbo fino ad Orte, passando per Montefiascone. Temperature crollate di dieci gradi abbondanti.

VITERBO – Nel pomeriggio di questo venerdì 29 maggio, sul Viterbese si è rovesciato il cielo: venticinque litri d’acqua per metro quadrato in meno di trenta minuti nei punti più colpiti. Una cifra che ai non addetti ai lavori dice poco, ma che tradotta nella realtà significa una cosa sola: il diluvio. Un’alluvione in miniatura, quanto basta per mettere a nudo, ancora una volta, la vulnerabilità di una provincia intera, da Viterbo fino ad Orte, passando per Montefiascone. Temperature crollate di dieci gradi abbondanti.

Il capoluogo ha pagato il dazio più alto alla propria distrazione. A Grotte Santo Stefano, in via della Stazione, i grandi platani che da decenni fanno ombra ai passanti hanno ceduto sotto le raffiche di un vento che somigliava molto a una punizione divina. Un grosso ramo si è spezzato; un altro, enorme, è rimasto lì, sospeso nel vuoto come una spada di Damocle sulla testa dei cittadini. Sono dovuti intervenire i Vigili del Fuoco con le autoscale.

Ma la vera Caporetto si è consumata sulle strade. La Cassia Nord, all’altezza della rotatoria, si è trasformata in pochi minuti in un lago limaccioso, paralizzando la circolazione e riducendo gli automobilisti all’impotenza. La Teverina è diventata impraticabile: visibilità azzerata, rami d’albero scagliati sulla carreggiata, vetture paralizzate dall’impossibilità di vedere la strada. E per completare il quadro di un venerdì da dimenticare, la Superstrada Viterbo-Orte ha issato bandiera bianca. Il tratto in direzione Orte è rimasto bloccato, una fila interminabile di lamiere sotto la sferza della pioggia, mentre sulla corsia opposta l’acqua minacciava di inghiottire l’asfalto.

Se Viterbo piange, Orte non ride. Lì la grandine ha picchiato duro, flagellando Orte Scalo, le Caldare — proprio a ridosso del casello autostradale, snodo vitale per chi viaggia — e la zona di Baucche. I tombini, incapaci di digerire tanta foga, sono saltati come tappi di spumante. Le piante sono cadute a terra come soldati falcidiati in battaglia. In questo scenario da trincea, si sono visti i Carabinieri e la Polizia Locale tentare disperatamente di governare il caos automobilistico, mentre i volontari della Protezione Civile facevano i conti con le accette e le motoseghe per liberare le strade dai tronchi.

Anche Montefiascone ha dovuto fare i conti con la “bomba d’acqua” — questo termine moderno e un po’ bellico che usiamo per giustificare la nostra impreparazione — registrando allagamenti e forti rallentamenti.

Davanti a tutto questo, stupisce lo zelo pervicace di certi soloni, i quali continuano a scrollare le spalle bollando questi fenomeni come “capricci del calendario”. C’è una sfumatura di superba stupidità nel negazionismo climatico di chi, pur con l’acqua alle caviglie e la grandine sul parabrezza, insiste a sostenere che “è sempre piovuto”. Certo, la pioggia esiste da che mondo è mondo, ma l’estremizzazione di questi fenomeni ci dice che abbiamo rotto un giocattolo delicato. Negare il cambiamento climatico oggi non è più un’opinione: è un lusso che l’intelligenza non può concedersi.

Il problema non è più stabilire se il clima stia cambiando, ma capire come noi, come singoli e come società, intendiamo rispondergli. Perché l’atmosfera non è un’entità astratta, ma lo specchio delle nostre azioni quotidiane, delle nostre automobili, delle nostre industrie, dei nostri consumi. Paghiamo il conto di un egoismo collettivo. Se il cielo cambia le sue regole, l’uomo deve cambiare le sue misure. Dobbiamo rassegnarci a ripensare daccapo le nostre città e le nostre case. Non possiamo più permetterci l’urbanistica del dopoguerra, quella che ha steso colate di asfalto ovunque, dimenticando che la terra ha bisogno di respirare e di assorbire. Le città del futuro dovranno essere pensate come spugne, capaci di trattenere e rilasciare, non come imbuti cementificati che scaricano il fango addosso al primo passante. E le nostre case non dovranno più essere solo scatole di mattoni, ma strutture resilienti, capaci di difenderci da un clima che non è più un vecchio amico, ma un vicino di casa irascibile.

Mentre scrivo, il centralino dei soccorsi continua a squillare. Il maltempo non concede tregua, e la Tuscia si ritrova a contare i danni di un pomeriggio di ordinaria emergenza. Ci diranno, come sempre, che si è trattato di un evento eccezionale, imprevedibile, furioso. È la solita scusa dei vivi per non fare i conti con i doveri della manutenzione e con la necessità di cambiare radicalmente passo. Resta la cronaca di una provincia bloccata dall’acqua, dove bastano trenta minuti di pioggia per ricordarci quanto siamo piccoli di fronte alla natura e quanto siamo lenti, disperatamente lenti, a imparare la lezione.

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Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Angel porta un messaggio divino fra gli uomini, che non lo capiscono; o lo capiscono troppo tardi. Non lo hanno capito neppure a Radio1 Plot Machine…
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Un uomo che ha capito che tutto il successo del mondo non vale quanto la possibilità di riposare all'ombra di un castagno che hai piantato con le tue mani.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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