Craxi, la fine si un'epoca politica da rimpiangere?
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VITERBO - Pubblichiamo una riflessione di Antonella Bruni sulla figura storica e politica di Bettino Craxi.

di Antonella Bruni

Ho iniziato il mio impegno politico nel Partito Socialista, affascinata dal carisma di Bettino Craxi e persuasa che le sue idee avrebbero reso l’Italia un Paese migliore.

La diaspora socialista, susseguente alla tragica caduta del suo leader migliore, mi ha portata a militare convintamente nel centro destra, logico ed unico erede delle sue intuizioni, purtroppo non sempre perseguite con metodo e passione.

In vista del ventennale della sua morte, ho visto il bel film di Gianni Amelio – che mi ha molto colpita e commossa -, letto alcuni libri in recente uscita che ripercorrono la vicenda e penso che sarebbe opportuna una riflessione pacata ma attenta su un periodo che ancora oggi si ripercuote sulla nostra vita istituzionale con nefasti effetti.

Questo è il mio modo per onorare la memoria di un grande uomo e politico che sono orgogliosa di avere conosciuto. La guida craxiana del Paese portò risultati tangibili sul miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini, che videro lievitare realmente i loro stipendi e diminuire l’inflazione, l’Italia divenne la quinta potenza industriale e la sua rilevanza internazionale crebbe oggettivamente.

Probabilmente le cause della caduta di Bettino Craxi traggono origine dai fatti di Sigonella, durante i quali egli
certamente salvaguardò la sovranità nazionale ma, consentendo la fuga dei terroristi dirottatori della Achille
Lauro, perse per sempre la fiducia del governo statunitense e nel suo caso, come in quello di Moro, questi non se ne
dimenticò.

Non è infatti peregrino ritenere che Mani Pulite, lo strumento giudiziario con il quale fu distrutta la carriera e la
vita di Bettino Craxi e con lui la prima repubblica, fu pesantemente interferita da apparati diplomatici e d’intelligence statunitensi, i quali fornirono fondamentali informazioni all’inchiesta. E’ storia nota che l’ambasciatore Reginald Bartholomew definì le inchieste di quegli anni come gravissime violazioni dei diritti della difesa, talmente forti da rendere nulli i risultati conseguiti, ovviamente in Tribunali non strumentali.

Di Pietro stesso, da parte del diplomatico Daniel Serwer, fu definito “un pupazzo in mano agli americani”. Un fatto è certo, per via giudiziaria fu decapitata una parte del sistema politico di allora a vantaggio di un’altra parte,
miracolosamente uscita indenne. Così come è chiaro che tutti i partiti di allora utilizzavano vie illegali per finanziare le proprie attività e negarlo va oltre il ridicolo, ugualmente non eccepibile è la considerazione che, senza il concorso di fattori internazionali, non si può destabilizzare un Paese, né azzerare una classe dirigente.

Quindi si trattò, da una parte di un classico “regime change”, pratica non episodica degli Stati Uniti in politica estera, dall’altra di un utilizzo dello strumento giudiziario per abbattere una parte politica a favore della  concorrente e al diavolo la volontà popolare, allora come oggi, ritenuta fastidiosamente irrilevante nel processo decisionale di oscuri potentati.

Piaccia o meno, la prima repubblica finì con la tragedia di un Craxi costretto a fuggire in Tunisia per non finire esibito in ceppi, come un macabro trofeo da parte di giacobini giustizialisti, nutriti a Marx e ghigliottina. La pratica ha continuato negli anni e ha colpito ogni avversario della sinistra illiberale e dei suoi figli incolti guidati da un furbo comico, basti rammentare oltre Bettino, Andreotti, Berlusconi e ora Salvini.

Non sta a me dirlo, ma tale deriva ha portato alla perdita di ogni credibilità della magistratura politicizzata (per
fortuna, solo una parte di essa) e delle istituzioni repubblicane, ormai affidate a un’armata brancaleone composta da servi stipendiati da Soros e incolti nullafacenti che si atteggiano a politici.

Come ogni incubo, prima o poi finirà e dei figli dei boia di Craxi nessuno se ne ricorderà, ma dei loro danni temo che ne sopporteremo gli effetti per moltissimo tempo. Nell’attesa, io sono certa che la storia collocherà Bettino
Craxi nel posto che gli compete, ovvero quello tra i non molti statisti della Repubblica Italiana.

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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