
IL PUNTO DI VISTA – Fatti e non parole. Va bene, usiamo le parole per illustrare e proporre fatti. Qualcuno vuole un programma concreto per salvaguardare, che so, Corso Italia?
Partiamo dal primo dato. Circa 35 vetrine chiuse, come dire oltre 25 negozi chiusi nel giro di 350 metri, poco meno di uno ogni dieci metri. La crisi dei centri storici c’è, per carità: ma così è un po’ troppo. La chiusura di negozi e di punti commerciali è diffusa in moltissime città: persino a Roma o a Milano, basta allontanarsi di mezzo chilometro dalle vie più battute della moda internazionale e trovi negozi vuoti.
Cause? A) Lo sviluppo dei centri commerciali (anche a Viterbo non si scherza…) che presentano comodi parcheggi, una gestione unitaria degli spazi e delle strategie di richiamo del pubblico, pulizia e servizio d’ordine permanente; per conseguenza, negozi aperti e dovizia di offerte; B) L’e-commerce, destinato a crescere in modo esponenziale, con cui trovi tutto e a prezzi superscontati, per di più con algoritmi di vario genere che, nel caso dell’abbigliamento, non ti fanno neppur sbagliare le taglie e ci manca poco che puoi indossarli virtualmente per vedere come ti stanno. Peralro, molti negozi e punti vendita oggi hanno anche uno spazio online.
In centro resistono per ora soprattutto i punti di ristoro, perché fanno pittoresco, aggregazione sociale, vita notturna, nonostante la crescita del food delivery, che molti di loro stanno comunque attivando. Tutto questo per capire quali siano i problemi, dove attaccare per risolverli e per non abbandonarsi ad azioni velleitarie.
Torniamo a Corso Italia, come salvarlo facendolo tornare ai fasti di quarant’anni fa. Programma: farlo diventare un centro commerciale moderno. Cioè: 1) dotarlo di un parcheggio dedicato, protetto e provvisto di scala mobile. Dove? Non sotto Piazza del Sacrario, considerata instabile, a meno che non venga coperto quello esistente (con tetto dedicato a verde pubblico per non rovinare lo scenario, cfr. New York), e dotato di scala mobile di superficie. Meglio sotto via Marconi, dove l’Urcionio concede ampio spazio, e comunque anche in questo caso dotato di scala mobile (cfr. Spoleto). Questa soluzione è costosa, probabilmente è praticabile solo se la Regione Lazio si decide a considerare Viterbo il secondo centro culturale e turistico del Lazio dopo la Capitale (se no, chi? Rieti, Anagni, Cassino, Alatri, Tivoli, Tarquinia?), quindi degna di particolari investimenti.
La lobby politico-economica di Roma e quella di Frosinone in Regione non lo permetteranno mai – vedi aeroporto – ma provare non costa nulla.
2) Ripararlo dal sole e dalle intemperie come avviene nei centri commerciali coperti. Esigenza non obbligatoria, certo, perché funzionano anche i centri commerciali scoperti. Ma tirando appositi tendoni sui tetti degli edifici, con la condiscendente e fattiva collaborazione dei privati, si potrebbe fare qualcosa di molto pittoresco e innovativo senza scendere ai livelli di una medina. Quindi, tendoni a tecnologia innovativa, non quattro stracci ovviamente, e retrattili in occasione del passaggio della Macchina di S. Rosa.
3) Sottoporlo a particolari controlli di sicurezza e di ordine pubblico, h24, mediante sorveglianza pubblica e privata. Questo tra l’altro significa rivedere la funzione delle vie e dei vicoli trasversali, che non possono essere più considerati liberi accessi urbani, semmai ingressi e – in parte –
estensioni del centro commerciale.
4) Sottoporlo a ripetute azioni quotidiane di igiene pubblica, anche mediante società private.
5) Interdirlo severamente all’accesso dei mezzi di autotrasporto, a quattro ma anche a due ruote (biciclette comprese), se non in ore specifiche per il solo carico e scarico delle merci.
6) Costituire un Comitato di Gestione tra commercianti e residenti per la conduzione e il corretto sviluppo dell’area commerciale e per l’organizzazione di iniziative di varia natura e forza attrattiva.
7) Favorire interventi di pulitura, restauro e messa in sicurezza delle facciate degli edifici sulla via.
8) Creare altri incentivi di varia natura, per lo più finanziari, da parte dell’Amministrazione locale, sia per far tornare i commercianti e gli imprenditori privati e favorire la loro attività in loco, sia a vantaggio dei residenti (fissi o transitori).
A queste condizioni i commercianti potrebbero ritornare a Corso Italia, con presenze anche qualitativamente rilevanti, perché sarebbe un raro esempio che attrarrebbe visitatori d’ogni dove desiderosi di fare l’accoppiata tra mercato e cultura, tra la visita ad un centro commerciale innovativo e ospitale e quella al Palazzo Papale…
Si tratta di cure da cavallo. Tutto il resto sono mezze misure, speranzose velleità, palliativi che non ritardano neppure il decadimento, perché certe esigenze, certi cambiamenti di abitudini, certe comodità sono ormai parte integrante della vita di oggi, anzi della qualità della vita urbana di oggi, e stanno correndo.
Il Corso pieno di gente in occasione di eventi? Bello a vedersi, ma non stiamo cercando eventi (dal vocabolario: “avvenimenti eccezionali di pubblico richiamo che hanno una durata limitata e temporanea”); quei negozi chiusi chiedono altro, una nuova e diversa “normalità”.
Qualcuno ha proposte diverse? Altrettanto o ancor più decisive? Prego, si accomodi.


















