
La Provincia di Viterbo esce dal Consorzio Biblioteche. Un atto dovuto, dettato dal nuovo assetto, con perdita di funzioni, che è stato disegnato per gli enti provinciali dalla riforma Delrio.
Ieri mattina il consiglio provinciale ha approvato l’uscita. Unico socio a questo punto rimane il Comune di Viterbo. Il venir meno della partecipazione di Palazzo Gentili alla vita del Consorzio è una bella botta sul piano economico. Vengono infatti meno 500mila euro, non proprio bruscolini.
Una mannaia che si abbatte su una realtà che ha saputo ritagliarsi un proprio ruolo vero nella promozione della cultura nella vita locale. Decine e decine di incontri e convegni, con i più grandi nomi della filosofia, del giornalismo, dell’arte, della narrativa. Il tutto all’interno degli spazi rigenerati di viale Trieste. Ma anche laboratori, spazi per le associazioni e un patrimonio librario in continua crescita e aggiornamento. Questa ultima operazione costruita anche e soprattutto attraverso le donazioni dei privati. Un vero esempio di sinergia.
Chi ha frequentato questi posti diversi anni fa e ci torna oggi pensa di vivere finalmente nella contemporaneità mondiale. A questo punto la partita è nelle mani della politica. A chi amministra questo territorio la scelta: investire sulla biblioteca, nella convinzione che sia questo il luogo dove attivare il cambiamento di mentalità e prospettiva dei cittadini – in maniera da avere energie e idee per giocarsi la partita col futuro – oppure colpire di mannaia e togliere di mezzo una delle poche sorgenti d’acqua apparse nel Viterbese.
Quello che servirebbe come il pane a questo punto è lo sforzo di un grande spazio di proprietà. Spazio su cui pensare ulteriori investimenti, in maniera tale da dare vita a una vera casa dei libri, del confronto e della conoscenza. Le risorse ci sarebbero e non ci stancheremo mai di dirlo. Sono le stesse risorse che oggi vengono buttate al vento negli affitti. La politica, a questo punto, deve essere brava e mettere insieme cose simili: biblioteca e archivio di stato, per esempio. Robe per cui oggi si paga l’affitto e con quelle centinaia di migliaia di euro invece sarebbe ipotizzabile un mutuo. E non venga in mente a qualcuno di segregare il Consorzio in qualche spazio angusto, sarebbe un brutto segnale per chi pensa di fare di Viterbo una capitale italiana della cultura.


















