

VITERBO – C’è un’immagine classica della politica del Novecento che, fatte le dovute, iperboliche proporzioni, rischia di materializzarsi nei prossimi mesi tra i tavolini di peperino del capoluogo della Tuscia. Quella del leader che, circondato dai fedelissimi, brandisce un piccolo volume destinato a tracciare la linea, a indicare la via, a farsi manifesto ideologico. Filippo Rossi ha annunciato via social che il suo nuovo libro su Viterbo è pronto, ha una copertina, una forma fisica. E statene certi: quel volume diventerà il suo personale “Libretto Rosso”. Un testo da sventolare a lungo, con insistenza, da qui fino alla primavera del 2027, quando le urne delle elezioni comunali chiameranno la città al voto e Rossi tenterà il grande balzo per accreditarsi come il “Mao viterbese”, l’ideologo di una nuova rivoluzione culturale (e urbanistica) all’ombra di Palazzo dei Priori.
L’annuncio ha il sapore della mobilitazione permanente, seppur declinata in chiave squisitamente rossiana, tra il romantico e lo strategico. “Mi è appena arrivata la copertina e devo dire che vederlo prendere forma davvero, dopo mesi di scrittura, fa un certo effetto” scrive l’animatore di Caffeina, descrivendo quel misto di stupore e calcolo che accompagna la nascita di un oggetto reale nato da un’idea. Ma è sul come questo libro camminerà che la strategia politica si fa palese. Niente grandi palchi polverosi, niente presentazioni vecchio stile con relatori compiacenti e platee sbadiglianti. La tattica scelta è quella della guerriglia culturale, del corpo a corpo, del proselitismo a bassa intensità ma ad alta fedeltà.
“Vorrei sedermi nei bar di Viterbo con pochissime persone alla volta. Una, due, tre, magari cinque. Senza palco, senza formalità. Una chiacchierata vera sulla città”, spiega Rossi. Traduzione dal politichese: una capillare campagna di ascolto e persuasione, un tavolo dopo l’altro, bar dopo bar, per riaccendere una scintilla identitaria. Rossi sa bene che le grandi masse si spostano muovendo prima le avanguardie, i piccoli nuclei. È la teoria dei piccoli gruppi che discutono, si confrontano e poi si muovono all’unisono.
“Anche perché un libro non è mai una fine. È un inizio” incalza l’autore, svelando le carte. E l’inizio di cosa possa essere, a un anno e mezzo esatto dalle comunali del 2027, non è difficile da intuire. Quel volume non nasce per fare bella mostra di sé negli scaffali delle librerie locali, ma per diventare uno strumento di battaglia, un corpo contundente nel dibattito politico cittadino. Rossi vuole che il libro “attraversi lentamente la città. Un bar alla volta. Una sera alla volta. Una conversazione alla volta”. Una vera e propria “Lunga Marcia” tra i caffè del centro e i locali della periferia, per aggregare delusi, sognatori, scontenti e visionari sotto un’unica bandiera.
L’obiettivo finale, d’altronde, viene quasi teorizzato nelle righe conclusive del post: “Mi piace l’idea che le persone a un certo punto smettano di parlare solo del presente e iniziano a parlare del futuro”. Quel futuro, nella mente di Filippo Rossi, ha una scadenza precisa sul calendario elettorale. Sventolando quel manifesto, l’ex direttore artistico si candida a fare da baricentro, da Grande Timoniere di un’area che vuole scardinare gli attuali equilibri politici viterbesi. Resta da capire se la città risponderà alla chiamata alle armi (culturali) o se i tavolini dei bar rimarranno solo il palcoscenico dell’ennesima, suggestiva illusione. Di certo c’è che la campagna elettorale per il 2027 è ufficialmente iniziata. E ha già il suo testo sacro. Di rosso però ci sarà al massimo solo il suo gatto, di cui condivide foto sui social. Oltre al cognome naturalmente.

















