

VITERBO – Come ha fatto la Cina a vincere sul coronavirus? Quanto la tecnologia sono stati importanti e possono esserlo anche per il caso italiano? Come è destinato a cambiare tutto?
Quanto sta accadendo intorno a noi merita di analisi, riflessione, spunti. Abbiamo voluto contattare Elisa Iandiorio per un confronto di strettissima attualità, così che i lettori de La Fune possano avere anche informazioni più strategiche e di visione. Buona intervista.
Lotta al Coronavirus, quali sono stati i punti di forza del modello cinese?
“Oltre ovviamente la medicina e la scienza, la Cina ha avuto altri due potenti alleati per la sua lotta, entrambi vincenti anche se uno ampiamente discutibile: la tecnologia, concretizzata con l’analisi dei Big Data e gli strumenti di Intelligenza Artificiale, e il pieno controllo nonché il totale annullamento della privacy, che la Repubblica Popolare
Cinese ha sui suoi cittadini”.
Cosa sono i big-data?
“Non esiste una definizione univoca e riconosciuta di Big Data, in base ai miei studi e alla mia esperienza sul campo possiamo dire che i Big Data sono un insieme enorme di dati complessi che richiedono metodologie, strumenti e competenze atte a gestire, processare, estrarre e analizzare i dati. Quello che è importante tenere presente è che i Big
Data non sono solo un insieme di una grandissima quantità di dati, infatti questi per essere tali devono anche essere Vari, cioè provenienti da diverse fonti e di vari formati (immagini, audio, video etc) e Veloci, cioè prodotti ed elaborati in tempi rapidi anche in tempo reale.
Questo ci fa capire anche molto facilmente come oggi, grazie alla tecnologia, i Big Data, la loro analisi e il loro utilizzo in chiave strategica, siano alla portati di tutti”.
Diagnosi veloce del Covid-19, cruccio italiano. Cosa hanno fatto in Cina?
“Uno spin off di Alibaba (un marketplace come Amazon, ma cinese) dedicato alla ricerca, Alibaba Damo Academy, ha
sviluppato un nuovo sistema di diagnosi basata sull’intelligenza artificiale che promette di rilevare – tramite scansioni tomografiche computerizzate (cioè TAC) – nuovi casi di coronavirus con un tasso di accuratezza fino al 96%.
Tutto questo porta inevitabilmente a diminuire notevolmente i tempi di diagnosi rispetto ai tradizionali tamponi. Questa nuova metodologia di diagnosi del Covid-19 punta ad alleggerire la pressione sugli ospedali, che sappiamo essere uno dei punti cruciali di questo virus, in quanto il processo di riconoscimento dura più o meno 20 secondi, mentre solitamente un medico impiega fra i 5 e i 15 minuti per analizzare una TAC, con scansioni che a volte includono più di 300 immagini”.
Nel modello cinese c’è stata anche la classificazione dei cittadini in base a specifici colori di rischio: verde, giallo, rosso. Raccontaci questo aspetto.
“Questa a mio avviso è una delle azioni più inquietanti che ha messo in atto il Governo Cinese. Un’altra consociata di
Alibaba, Ant Financial, ha sviluppato un app chiamata Alipay Health Code. E’ diventato praticamente obbligatorio
scaricarla se si vuole girare liberamente per il Paese.
Come spiega il New York Times , le persone in Cina scaricano la app e iscrivono, a quel punto ricevono un codice QR che può essere verde, giallo o rosso, il colore indica il loro ipotetico stato di salute. Solo in seguito alla scansione di questi QR code i cinesi possono avere accesso ad aree pubbliche e private, condomini e uffici.
Se il colore è verde si può entrare, se giallo o rosso l’accesso non è consentito. Se un soggetto ha il colore giallo deve osservare una quarantena di 7 giorni, se il colore è rosso la quarantena è di 14 giorni. E’ facile immaginare come a causa di questa app muoversi in Cina è molto complicato, anche perché né Ant Financial né i funzionari cinesi hanno spiegato in dettaglio come il sistema classifica le persone.
Ciò ha causato paura e stupore tra coloro ai quali viene ordinato di isolarsi e non hanno idea del perché. L’analisi del Times, infine, ha rilevato che non appena un utente concede al software l’accesso ai dati personali, un codice del programma etichettato “reportInfoAndLocationToPolice” invia la posizione della persona, il nome della città e un codice identificativo a un server.
La condivisione di dati personali con le autorità erode ulteriormente la linea sottile che separa i titani della tecnologia cinese dal governo del Partito comunista e di conseguenza le libertà personali degli individui”.
Negli smartphone dei cittadini cinesi c’erano ad aiutarli anche delle app. Quali?
“Oltre a Alipay Health Code, basata su un codice QR, i cinesi hanno a disposizione “Cloce Contact Detector” che avvisa gli utenti se entrano in contatto con un potenziale cittadino portatore di virus. Questa app è stata sviluppata da Tencent, la holding che sta dietro alla app di messaggistica più popolare in Cina, WeChat. Anche in questo caso i dubbi sul trattamento dei dati non solo sono notevoli, ma anche leciti”.
In Italia la tecnologia che ruolo sta giocando nella lotta al coronavirus?
“Il sistema sanitario italiano è da tempo uno dei primi settori in cui le tecnologie, in particolare i Big Data e l’Intelligenza Artificiale, vedono applicazioni e sperimentazioni.
In una recente intervista su Il sole 24 ore , il Dr. Arcuri – il direttore Uoc delle tecnologie sanitarie del polo ospedaliero del Gemelli – ha dichiarato che già da tempo queste tecnologie vengono utilizzate, soprattutto in tre ambiti: diagnostica, terapia e organizzazione ospedaliera.
Possiamo quindi dire che per la lotta al Covid-19 il tappeto è stato già in parte steso, lo stesso Dr. Arcuri ha affermato che modelli basati sui Big Data aiutano a comprendere in modo rapido, i meccanismi di diffusione del virus e che è stato sviluppato un algoritmo per la diagnosi precoce tramite Tac simile a quello sviluppato in Cina. Pertanto questo permetterà di indirizzare in maniera più efficace ed efficiente le strategie per contenerlo.
Da non sottovalutare, inoltre, l’utilizzo che possono fare le case farmaceutiche per abbreviare il periodo di sviluppo di nuovi farmaci e vaccini con l’impiego dell’Intelligenza Artificiale”.
Come i big data ci aiuteranno a uscirne?
“È importante sottolineare che da soli i Big Data, come tutte le tecnologie, non ci possono aiutare; sono un mezzo ma fondamentale è il pilota che guida questo mezzo. I Big Data non si sostituiscono al cervello umano che in base alle sue conoscenze, la sua esperienza e le sue competenza li impiegherà al meglio per uscire da questa situazione. Solo grazie alla scienza tutta, che comprende la medicina, la tecnologia, l’ingegneria, la psicologia e tanto altro possiamo uscirne nel migliore dei modi”.
Come ci torneranno utili per ricostruire un domani?
“Le aziende, anche e soprattutto le PMI, se inizieranno ad usare l’analisi dei Big Data in chiave strategica di business e di marketing, potranno imparare a conoscere e anche a prevedere i comportamenti dei loro clienti, anche quelli potenziali, e offrirgli i prodotti e i servizi più adatti senza disperdere investimenti.
Infatti questo è uno dei punti di forza dei Big Data: ottimizzare gli investimenti e renderli più efficaci ed efficienti; in un periodo “post-bellico” quale quello che ci aspetta alla fine di questa quarantena non sprecare le spese cercando di ottenere i migliori risultati direi è fondamentale. In generale i Big Data possono esserci utili nella vita di tutti i giorni.
Quando finalmente torneremo alla normalità, grazie ad essi, ad esempio, potremmo vedere in tempo reale il ritardo nel nostro autobus o del nostro treno, potremmo avere un forno intelligente che in questo periodo di intensa cucina – perché a noi si sa la quarantena ha resto tutti chef – ha appreso come ci piace la cottura di un piatto e lo farà da solo. Potremmo avere un frigorifero che ci invia sul nostro smartphone la lista della spesa”.
Giusto rinunciare ai vantaggi oggettivi che la tecnologia può fornirci in nome della privacy? Cosa ne pensano gli italiani?
“Personalmente io sono per le vie di mezzo, non credo al 100% nel modello cinese e in parte mi spaventa una nazione che ha in mano tutti i dati dei cittadini, senza che loro sappiano neanche quali dati hanno e che uso ne faranno; di contro però credo che rinunciare ad un pochina della nostra privacy per migliorare il sistema sanitario e la salute di tutti possa essere un buon compromesso.
In una recente ricerca che sto conducendo insieme ad una mia studentessa proprio su questo tema, è emerso che gli italiani sono propensi a rinunciare a parte della loro privacy per un bene comune quale la salute”.
Quanto la nostra sanità può trarre vantaggi dall’uso dei big data e in che modo?
“Vi faccio un esempio concreto, pensiamo se avessimo la possibilità di utilizzare in tempo reale e nel dettaglio
tutte le cartelle cliniche italiane, per analizzare i dati di determinate diagnosi o dei sintomi o il decorso di
alcune malattie; il modo di fare ricerca cambierebbe notevolmente, i tempi delle diagnosi si dimezzerebbero e
una diagnosi precoce spesso salva la vita.
Se questa attività la ribaltiamo sul mondo delle malattie rare questo porterebbe a migliorare i tempi per la ricerca di una cura. Per non parlare dell’utilizzo dei dati nel lato aziendale della sanità, si ottimizzerebbero le spese, si dimezzerebbero gli sprechi e anche la gestione del personale e dei posti letto migliorerebbe notevolmente.
Io non sono un medico e neanche uno scienziato, ma conosco il mondo dei dati e so che possono darci e dirci tantissimo, i dati ci dicono sempre la verità e per citare Gregg Easterbrook, giornalista e scrittore statunitense “Se torturi i numeri abbastanza a lungo, confesseranno qualsiasi cosa”.”
Elisa Iandiorio è
Laureata in Marketing e Strategie Commerciali a Parma, lavora come consulente e docente di marketing e digital marketing dal 2007. Ha collaborato per diverse agenzie di marketing in Italia fino al 2016 quando ha deciso di iniziare a camminare sulle sue gambe e ha aperto a Viterbo lo studio che porta il suo nome.
Dal 2016 insegna anche all’Università degli Studi della Tuscia “Marketing & Big Data Analytics” nel corso di Laurea Magistrale in Marketing e Qualità oltre che altri due insegnamenti di Economia e Marketing all’interno della Laura Magistrale di Economia Circolare. Nel giugno del 2019 esce il suo libro, edito Dario Flaccovio, “Big Data.
Cosa sono, come utilizzarli e analizzarli per fare marketing”.
Spesso è in giro per l’Italia per convegni e seminari ed una delle sue frasi preferite dice: “La conoscenza è sapere che un pomodoro è un frutto; la saggezza è sapere di non doverlo mettere in una macedonia di frutta”.
Se sei curioso di conoscere nel dettaglio il suo percorso, clicca qui

















