

VITERBO – Gentile Direttore, durante alcune serate tra fine giugno e inizio luglio, con il caldo che ormai ci è troppo familiare, ho voluto provare a leggere attentamente il rapporto “Ricomporre visioni di città”, pubblicato dall’IFEL (Istituto per la Finanza e l’Economia Locale). Non è una lettura che si divora tutta d’un fiato. È un documento tecnico, composto di schede amministrative e da numerosi casi concreti. Verso metà lettura mi sono accorto però di aver smesso di scrutarlo con gli occhi dell’addetto ai lavori. Mi sono ritrovato a leggerlo come un qualsiasi curioso cittadino di questo lembo di terra a metà strada tra Roma, l’Umbria e la Toscana, che declina dolcemente verso il Tirreno, chiedendomi quanto delle esperienze che stavo osservando potesse valere anche per il nostro territorio.
Il filo conduttore e l’intelaiatura del rapporto, in fondo, sono semplici, anche se per nulla scontati. Le città che oggi registrano buoni tassi di crescita non sono infatti quelle con più cantieri aperti o più fondi ottenuti, ma quelle capaci di tenere insieme fattori che solitamente vengono trattati separatamente: urbanistica, ambiente, mobilità, cultura, welfare e università. Per anni ho seguito, anche per lavoro, pratiche autorizzative industriali, ambientali, edilizie e urbanistiche che venivano progettate già in partenza a compartimenti stagni. Un ufficio, o persino un assessorato, si occupava della viabilità, un altro del verde, un altro ancora dell’edilizia, e nessuno dei tre parlava davvero con gli altri. Il rapporto IFEL illustra una particolare casistica, con una decina di città medie che hanno provato a rompere questo schema, e alcune ci sono riuscite meglio di quanto si sarebbe potuto immaginare.
Viterbo e i Comuni della Tuscia, va detto subito, non partono da zero per colmare il divario con queste best practice. Il capoluogo, in particolare, vanta un centro storico medievale tra i meglio conservati d’Europa, un’università che negli ultimi anni è cresciuta e si è rafforzata, anche sul piano della proiezione internazionale, e un sistema termale che altrove sarebbe un asset da milioni di visitatori e che qui resta, purtroppo, allo stato sottoutilizzato (malgrado i tentativi registrati da ultimo di sponsorizzare per quanto possibile gli asset termali locali). Il problema non è mai stato avere poco; purtroppo però queste risorse, da anni, emergono in parallelo senza incontrarsi mai in un disegno comune.
Quattro città, quattro lezioni
Dalla lettura del rapporto mi hanno colpito quindi, in particolare, quattro casi che fotografano quattro scenari connessi ad altrettante opportunità.
Il caso di Parma, per partire. La città non ha affrontato, come capitoli separati di un piano regolatore, i temi legati alla mobilità, alla casa, alla scuola, allo sport e alla rigenerazione urbana. Li ha invece intesi e disciplinati come parti di un medesimo disegno urbano. Il risultato – fotografato da quartieri più vivibili e servizi più efficienti – non rappresenta tanto un elenco di opere pubbliche sommate tra di loro, quanto un modo diverso di pensare la città, in cui la scuola dialoga con il verde, il verde con la mobilità e la mobilità con i servizi.
A Viterbo, per tornare alla nostra terra, verrebbe da pensare subito alle aree ferroviarie dismesse, agli immobili pubblici e privati che restano vuoti da anni, ad alcuni frammenti di periferia che attendono un’idea o uno spiraglio di progettazione da oltre un decennio. In quest’ottica, lo si è compreso, non ci si attende quindi la costruzione di alloggi nuovi o immobili che poi altro non fanno che aumentare il dato del “disabitato”, e su questo insisto: servirebbero quartieri dove abitazioni, servizi sanitari di prossimità, piste ciclabili e spazi di aggregazione crescano insieme, pensati per studenti universitari e famiglie giovani, per chi lavora qui ma fatica a trovarci casa.
Questo ragionamento si presta a essere esteso a numerosi Comuni dell’entroterra, che presentano caratteristiche analoghe, seppure in ridotte dimensioni, e che meriterebbero di sfruttare maggiormente le proprie potenzialità.
Sul tema della casa, per l’appunto, Modena ha scelto una strada diversa ma complementare: recuperare l’esistente invece di consumare nuovo suolo, con un’Agenzia per la Casa e strumenti per rimettere in circolo gli immobili inutilizzati. L’idea di fondo che emerge dall’analisi del caso modenese, più che lo strumento in sé, mi sembra la parte interessante. Ogni edificio non vissuto o non abitato rappresenta un costo, sociale prima ancora che economico. Per contro, ogni edificio recuperato ricollega persone, servizi e vita quotidiana nel cuore pulsante della città.
Il centro storico di Viterbo, da questo punto di vista, preoccupa da tempo il tessuto vivo della comunità, e non poco. È bellissimo, sebbene a tratti apparentemente abbandonato. È noto a tutti che un patrimonio vada abitato per restare vivo, attraversato ogni giorno da chi vi trascorre la propria esistenza, ci studia, ci lavora, non solo da chi lo visita per un pomeriggio. Rigenerare, però, non equivale a conservare: conservare tutela quello che c’è; rigenerare restituisce a quel patrimonio una funzione utile a chi lo vive davvero, oggi, o persino introduce funzioni nuove al passo coi tempi.
Pistoia, poi, racconta un’altra storia, quella del verde pubblico quale infrastruttura materiale e immateriale, e non come mero abbellimento. L’amministrazione locale ha lì ripensato parchi, alberature e percorsi ciclopedonali come una rete che produce salute, mitiga il caldo e migliora la qualità dell’aria. Il salto avviene nel momento in cui il verde non è più celebrato quale mero elemento decorativo, ma viene ricalibrato in una componente ineludibile del sistema urbano, al pari di una strada o di una fognatura.
Viterbo e i Comuni della Tuscia hanno una vocazione ambientale che raramente viene sfruttata fino in fondo. Basti pensare che in provincia solo il Comune di Valentano risulta appartenere, grazie anche alla lungimiranza di un sindaco tenace e attento, alla Rete dei Comuni Sostenibili, associazione di comuni, province, città metropolitane e regioni che ispira la propria azione agli obiettivi globali di sostenibilità dell’Agenda 2030. Per contro, ogni territorio locale ha le carte in regola per giocare a pieno titolo anche la partita green: le terme, i Monti Cimini, le aree agricole intorno al capoluogo, le distese di patrimonio ambientale e culturale che proiettano le nostre terre tra le gemme d’Italia. Ne ho scritto anche di recente, e continuo a pensare che il problema non sia la mancanza di verde in sé, dalle nostre parti, quanto la sua frammentazione: pezzi di territorio che non comunicano tra loro.
Livorno, infine, mi ha fatto riflettere su un aspetto meno appariscente ma decisivo: il rapporto tra pianificazione e sostenibilità finanziaria. Quanti piani urbanistici, anche ambiziosi, restano sulla carta perché nessuno li ha accompagnati fin dall’inizio con un percorso di finanziamento credibile? Livorno ha provato a tenere insieme le due programmazioni, quella urbanistica e quella economica, fin dalla fase di progettazione. Con i fondi del PNRR e la programmazione regionale ancora in corso, credo che questa sia una delle sfide più concrete anche per Viterbo: non tanto intercettare più risorse, quanto arrivare preparati quando le risorse si aprono.
Le connessioni che mancano
C’è poi la mobilità, che attraversa quasi tutte le esperienze raccolte dal rapporto. Le città più avanzate non si sono limitate ad aggiungere una pista ciclabile o un parcheggio in più nel novero delle infrastrutture stradali comunali. Esse si sono preparate a costruire sistemi integrati in cui trasporto pubblico, mobilità dolce, interscambio e percorsi pedonali comunicano con efficacia tra loro. Le notizie che giungono da Cotral e Comune di Viterbo, in merito alla futura destinazione del Riello, incoraggiano a pensare che la traiettoria disegnata possa essere quella giusta. Collegare il centro storico con l’Università degli Studi della Tuscia, la stazione, l’ospedale Santa Rosa, il polo termale e le frazioni non riguarda soltanto gli spostamenti quotidiani, ma il modo in cui le diverse parti della città finiscono per relazionarsi tra loro, o per ignorarsi, insieme alle sessanta comunità provinciali che annoverano il capoluogo quale inevitabile perno. Il PUMS approvato da poco sembra convergere con gli auspici che ho appena riportato, presentando per contro alcune lacune.
E la cultura, non per ultima, ovviamente. Il rapporto IFEL tratta il tema “cultura” non come appiglio turistico ma come infrastruttura “permanente”: musei, biblioteche, università e patrimonio storico non possono che rappresentare motori di economia e coesione sociale, tutto l’anno, per dodici mesi, per trecentosessantacinque giorni. Viterbo, su questo, ha una dote rara, che la rende perla rara nel panorama mondiale: il quartiere di San Pellegrino, il Palazzo dei Papi, il patrimonio etrusco, le terme, la Macchina di Santa Rosa e i Monti Cimini da sfondo e paesaggio. Il rischio, però, che peraltro si è concretizzato fino ad oggi, è di trattare tutte queste voci quali mere eccellenze isolate (la sagra di turno, l’evento di stagione, il festival dell’anno), anziché parti di un’unica narrazione del territorio, capace di produrre valore tutto l’anno e non solo nei mesi in cui arrivano i turisti.
Quello che mi porto via, alla fine della lettura, è un’idea che sembra ovvia ma non lo è affatto. Le città che ottengono i risultati migliori non hanno necessariamente più risorse delle altre: hanno investito sulla qualità del proprio amministrare quotidiano, sulla capacità di leggere i dati, capire i cambiamenti demografici, far dialogare uffici che di solito lavorano separati, costruire rapporti stabili con università, ordini professionali, imprese e terzo settore.
Viterbo, su questo fronte, ha una carta che molti capoluoghi non hanno: l’Università degli Studi della Tuscia. Non solo come luogo di formazione, proiettato peraltro sull’intero ambito provinciale, ma come interlocutore permanente nelle scelte pubbliche. Ci sono già ordini professionali, associazioni, imprese e volontariato: un tessuto di competenze che, mi pare, siamo in genere abituati a mobilitare solo quando serve correre per prendere parte a un progetto per un bando, e non come metodo stabile di lavoro. Un laboratorio permanente di pianificazione urbana, in cui amministrazione, università, professioni e società civile si confrontano davvero e con continuità, non sarebbe un ennesimo organismo consultivo da presentare in conferenza stampa. Sapebbe, qualora funzionasse operativamente, il luogo in cui le idee smettono di restare idee.
Sostenibilità, formazione e solidarietà
Vengo a chiudere queste rapide considerazioni. Mi rendo conto che queste tre parole rischiano di suonare come l’apertura di un documento programmatico, di quelle che si leggono e si dimenticano subito dopo. Ma leggendo il rapporto IFEL mi sono convinto che siano, più semplicemente, tre modi di guardare alla stessa cosa.
Una città sostenibile, per come la vedo io, è semplicemente una città che dura nel tempo senza sprecare quello che ha: territorio, risorse e occasioni. La formazione non si esaurisce a scuola e università, ma nella capacità di trattenere i propri giovani invece di vederli partire altrove. E la solidarietà, che spesso releghiamo al volontariato, è in realtà ciò che tiene una comunità coesa; lo dico da chi si occupa di diritto e non da sociologo, ma è anche la condizione perché un territorio funzioni pure sul piano economico.
Viterbo e i Comuni della Tuscia hanno già gran parte di quello che serve. Hanno una storia che dà loro credibilità, un patrimonio ambientale che altre città invidiano (purtroppo non sfruttato adeguatamente), un’università in crescita, un tessuto associativo vivo, pluricollocato, e una posizione geografica che pochi luoghi possono vantare. Non è su questi punti di forza che dovremmo interrogarci ancora.
La domanda, allora, è un’altra: sapremo trattarli come parti di uno stesso progetto, invece che come eccellenze da sfoggiare una alla volta? Il rapporto IFEL non offre una risposta pronta e onestamente non credo che esista. Ci offre però un metodo, legato alla costruzione di una visione da condividere con chi la città la vive ogni giorno, da unire alla pazienza di trasformarla in azione amministrativa nel tempo.
Il tempo ci dirà se i semi del rapporto saranno adeguatamente coltivati anche dalle nostre parti.

















