
VITERBO – Il capoluogo della Tuscia perde un pezzo del suo patrimonio storico-artistico. Il Tribunale ha stabilito la legittima proprietà dell’antiquario spoletino Emo Antinori Petrini sugli affreschi di Palazzo Spreca.
Una vicenda che sta lasciando un bel mal di pancia presso l’opinione pubblica e non solo. Le quattordici virtù profane, strappate dalle pareti della residenza nobiliare, furono oggetto – nel 2012 – di un’inchiesta della Procura che arrivò al sequestro delle stesse. Fu tutto presentato come un’azione di contrasto al saccheggio del patrimonio storico-artistico e gli “strappi d’affresco” vennero messi in mostra per ben due volte. Quindi depositati in una sala all’interno del Museo Civico (non visibili al pubblico).
Sei anni di processo con al centro la controversa questione della proprietà delle opere. Nella veste degli imputati il proprietario dello stabile Egidio Calistroni e l’antiquario Emo Antinori Petrini. A loro carico le accuse di danneggiamento, ricettazione e violazione delle norme sul patrimonio artistico. In sintesi erano accusati di aver venduto gli affreschi del Cinquecento, dopo averli strappati dalle mura del palazzo di via Santa Maria Egiziaca. Beni considerati inalienabili, questa la tesi dell’accusa, perché il palazzo in questione oggetto di vincolo da parte della Soprintendenza.
A far partire tutto la segnalazione di un esperto che, in visita alla Biennale internazionale di Antiquariato di Palazzo Venezia a Roma, aveva riconosciuto i beni esposti come gli affreschi dell’antica residenza nobiliare viterbese. Quindi il blitz nello studio dell’antiquario a Spoleto, il sequestro dei dipinti e quindi la consegna al Comune di Viterbo.
Alla base della decisione del tribunale un’altra sentenza su una causa che ha visto contrapposti Comune di Viterbo ed Egidio Calistroni, a cui l’ente aveva venduto negli anni Novanta Palazzo Spreca, e Ministero dei Beni Culturali e Soprintendenza. Questi ultimi puntavano a far dichiarare nulla la vendita, ritenendo che Palazzo Spreca all’epoca fosse soggetto a vincolo e quindi per
metterlo sul mercato Palazzo dei Priori avrebbe avuto bisogno del nulla osta della Soprintendenza.
Ma in fase di processo il Comune di Viterbo è riuscito a dimostrare l’inesistenza, al momento della cessione, di qualsiasi vincolo. Con il paradosso che la ragione ottenuta ha spianato la strada alla perdita del ciclo pittorico, scagionando proprietario e antiquario da tutte le accuse a loro carico.


















