

VITERBO – Il capoluogo della Tuscia ha una ricchezza non pienamente utilizzata, lasciata da troppo tempo in balia di se stessa, che si chiama acqua termale. Esistono realtà imprenditoriali che hanno lavorato per cercare di fare il meglio in questi decenni ma per fare un salto di qualità, necessario, chi amministra la città deve metterci del suo.
L’ultima visione che è stata registrata dalle cronache locali va sotto il capitolo etichettabile alla voce “rilancio delle ex Terme Inps”. Notizia degli ultimi tempi è che tutto il lavoro fatto da Federterme, con un progetto importante, si potrebbe trasformare nell’ennesimo miraggio. Niente di più di un bel progetto su carta perché sembrerebbe tutto naufragare davanti a una triste condizione materiale: non ci sarebbe l’acqua necessaria alla concretizzazione dell’idea.
Ma, al netto delle grandi idee, anche ciò che già c’è rischia di non avere un futuro propriamente radioso. Forse a Palazzo dei Priori non se ne sono ancora accorti ma la scarsità d’acqua sta compromettendo lo sviluppo di realtà imprenditoriali già operanti nel settore. Questo accade perché il sistema di governance di una risorsa preziosa come l’acqua termale a Viterbo non esiste. In base alle quantità scritte nelle varie concessioni minerarie ogni operatore ha diritto a un certo numero di litri al secondo ma nella realtà dei fatti l’acqua scarseggia.
E’ chiaro che al Comune di Viterbo serve impostare un ragionamento serio e di prospettiva sul tema perché non esiste al mondo un imprenditore termale disposto a investire nella giusta maniera se sulla testa dell’impresa pende la spada di Damocle di una possibile carenza di materia prima. La soluzione esiste e la si può trovare al capitolo “pompaggio dell’acqua termale”.
Attualmente il bacino termale viterbese dovrebbe erogare spontaneamente 80 litri al secondo. Ma ogni operatore è davvero garantito nel potere utilizzare il numero esatto di litri al secondo che gli è stato accordato? La risposta è no e questo si presenta come decisamente imbarazzante. Un limite spaventoso nella pianificazione di corretti business plan e un cappio al collo allo sviluppo termale dell’intera città.
Gli attuali amministratori, dopo decenni di assessorati al termalismo che hanno brancolato nel buio della ragione e dell’opportunità, potrebbero innescare una vera e propria rivoluzione copernicana nella gestione della risorsa. Per farlo dovrebbero abbracciare una visione semplice e già percorsa in diverse delle vere città termali italiane: sviluppare un Piano Termale capace di garantire a chi fa impresa in questo settore la materia prima e quindi aprire la via del pompaggio dell’acqua termale.
La stessa scarsità, penosa, di acqua al Bullicame avrebbe potuto in era Michelini essere superata con questo sistema e ancora oggi, ripresentandosi il fenomeno, rappresenterebbe la via per un superamento della criticità.
La domanda è: riuscirà l’amministrazione Frontini a segnare una differenza rispetto al passato su questo specifico tema? Per farlo sarebbe utile capire una cosa di base: l’acqua termale da sola “produce” poco. Per mettere a frutto davvero questa risorsa è necessaria l’iniziativa privata d’impresa. Istituire un tavolo permanente degli stakeholder del settore, in dialogo produttivo e programmatico con l’assessorato comunale alle Terme, dovrebbe essere il primo passo. Quindi andare avanti senza inventarsi “razzi spaziali” e ricalcare modelli positivi già utilizzati e rodati in altre città che hanno fatto della risorsa termale un vero e solido volano di crescita e sviluppo dell’occupazione e della ricchezza generale. Per andare in questa direzione occorre un piano preciso e rispettabile sull’utilizzo dell’acqua, superando tecnicamente i limiti dell’anacronistico sistema attuale. Se il sindaco Frontini c’è su questo tema, se vuole davvero cambiare le storture del passato, batta un colpo, convochi chi ha esperienza e opera nel settore e apra una sorta di Stati Generali del Termalismo Viterbese.

















