
TUSCANIA – A cinquantacinque anni da quel 6 febbraio 1971, giorno del terremoto di Tuscania, pubblichiamo un contributo scritto oggi da Monsignor Davide Maccari, Rettore del Santuario della Madonna Addolorata di Tuscania, per tenere viva la memoria di quei giorni e di cosa accadde. Per Tuscania, il terremoto del 1971 non fu solo un evento sismico: fu uno spartiacque storico, umano e identitario.
Tra il 6 e l’11 febbraio 1971, una serie di scosse colpì duramente la cittadina della Tuscia. Non furono terremoti “giganti” in termini di magnitudo, ma devastanti per il tessuto urbano e sociale. Il bilancio fu pesantissimo: 31 vittime, centinaia di feriti, migliaia di sfollati.
La ferita simbolica: il crollo delle chiese
Il trauma più profondo fu il crollo di monumenti simbolo: la Basilica di San Pietro, con il crollo del’Apside e del Rosone; la chiesa di Santa Maria Maggiore, con il cedimento della facciata. Per Tuscania non significò solo perdere edifici, ma vedere crollare la propria memoria storica
e spirituale. Quelle chiese erano l’anima del paese, il segno visibile di secoli di fede e di comunità.
Una città sfollata e sospesa
Molti abitanti furono costretti a lasciare il centro storico, dichiarato in gran parte inagibile. Tuscania visse mesi, e anni, di precarietà: baracche, alloggi provvisori, paura, ma anche una forte solidarietà. Il terremoto mise a nudo fragilità sociali, ma fece emergere anche una comunità capace di resistere.
La ricostruzione: nascita di una nuova coscienza
La ricostruzione non fu solo edilizia. Si sviluppò una nuova attenzione alla tutela dei beni culturali. Tuscania divenne un caso emblematico in Italia per il restauro monumentale post-sismico, si impose una riflessione sul rapporto tra antico e sicurezza, tra conservazione e vita
quotidiana. Il restauro di San Pietro e Santa Maria Maggiore divenne un modello, studiato anche a livello internazionale.
Il significato profondo
In sintesi, il terremoto del 1971 significò per Tuscania: l’esperienza del lutto, la perdita dell’illusione di invulnerabilità, ma anche la rinascita di un’identità più consapevole. Tuscania imparò che la propria bellezza è fragile, ma anche che può rinascere, se custodita con intelligenza, fede e responsabilità.


















