
Visionario, kitsch, ruvido ma bello fino alle lacrime.
Uno dei film più attesi e controversi di questi primi mesi del 2026, il “Cime tempestose” di Emerald Fennell è arrivato in sala, dal 12 febbraio con Warner Bros., portando in scena un’audace e originale reinterpretazione di una delle più grandi storie d’amore di tutti i tempi. Nel cast Margot Robbie, Jacob Elordi, Hong Chau, Shazad Latif, Alison Oliver, Owen Cooper e Ewan Mitchell.
Tutti abbiamo letto a scuola o durante una lezione all’università almeno un brano tratto dal celeberrimo libro di Emily Bronte e tutti siamo rimasti scottati dall’efferatezza della trama e dal finale al cardiopalma. Ma in questa libera interpretazione della Bronte, si intrecciano anche una moderna rivisitazione della critica del tempo di quello che ormai è da sempre uno dei classici della letteratura inglese conosciuta in tutto il mondo.
Il film narra l’amore ossessivo e distruttivo tra i due protagonisti, costantemente alla prese con difficili scelte morali per conciliare passione e convenzioni sociali. La storia segue inizialmente Heathcliff (Jacob Elordi), un orfano dal passato misterioso, e Catherine Earnshaw (Margot Robbie), figlia ribelle del padrone di casa, che agli inizi dell’800 crescono insieme, tra giochi apparentemente spensierati, nelle fredde e selvagge brughiere dello Yorkshire, sviluppando un legame viscerale che li porta a dichiararsi amore eterno. Condizionata dall’ambiente, Catherine sceglie di sposare il ricco Edgar Linton, spezzando il cuore di Heathcliff che sparisce per ricomparire anni dopo come un uomo facoltoso, ma consumato dall’odio e dalla sete di vendetta. La passione tra quest’ultimo e Catherine, che non ha mai smesso di amarlo, degenera in una relazione tossica fatta di gelosie, manipolazioni, vendette e tradimenti, fino al tragico epilogo finale.
Nonostante gli squilli di tromba che, in vista dell’uscita a ridosso di San Valentino, promuovono il film come “ispirato alla più grande storia d’amore di tutti i tempi”, questa non è una nostalgica “ristampa” ma piuttosto un catalogo delle nevrosi dell’animo umano. In realtà, anche in un mondo come quello di oggi in cui si dibatte sul concetto di “consenso libero e attuale”, l’operazione suona un po’ come una scusa per inscenare le interazioni carnali − brutali ma sincere − tra il protagonista maschile, interpretato efficacemente da un sanguigno e animalesco ex Frankenstein, le cui dimensioni fuori taglia straripano fuori dallo schermo, e la prosperosa ex Barbie, invero priva del sadismo e volubilità che il personaggio imporrebbe e dalla dentatura troppo perfetta per il contesto storico ma stretta in sfavillanti corsetti e abiti in lattice. Il tutto in una ambientazione in bilico tra riedizioni in carne e ossa dei classici Disney e lo stile horror/kitsch dei design hotel di fine anni ’90. Per quanto certe scelte stilistiche, palesemente anacronistiche rispetto al tempo della vicenda, siano visivamente belle e divertenti, lo stile tende a dominare sulla sostanza e, nonostante il richiamo delle due superstar e una prova convincente di Elordi, il film − privo dell’energia dark e delle atmosfere gotiche del romanzo − non riesce a trasmettere fino in fondo l’inquietudine per i temi affrontati.
Se poi lasciamo questa dimensione quasi onirica del film, veniamo catapultati dalla bellezza della storia d’amore che nasce in tenera età e muore soffocata e singhiozzante durante la giovane vita dei protagonisti. Maestosi e splendidi i costumi e la fotografia che porta lo spettatore fuori dalla sala cinematografica per essere seduto, in quell’immaginario collettivo che è la brughiera inglese, su una roccia vicino ai corpi dei protagonisti avvolti nella nebbia e accarezzati dal vento tagliente che sembra, effettivamente, uscire dallo schermo.
Scommessa vinta dal regista già noto per opere divisive e provocatorie come “Una donna promettente” che ci lascia una morale amara, ma vera: la vera pace arriva dopo la distruzione, un monito sulla pericolosità di far entrare influenze nocive nella propria vita.


















