

EDITORIALE – Tra qualche mese, Viterbo avrà la sua rete ciclabile completa. I cordoli gialli diventeranno parte del nostro arredo urbano, il rosso dell’asfalto spalmerà un corridoio cromatico lungo le direttrici principali, e Palazzo dei Priori potrà finalmente mettere una spunta sulla lista delle opere realizzate. Ma una volta spenti i riflettori del cantiere, ci ritroveremo davanti a una domanda – a tratti imbarazzante – che nessuno sembra voler affrontare con la dovuta onestà: come si popola una ciclabile?
Oggi, guardando le poche tratte già pronte, il panorama è desolante. Le biciclette latitano. Certo, qualcuno punta il dito sulla geografia viterbese, su quelle salite che richiederebbero polmoni d’acciaio e gambe da scalatori del Tour de France. Eppure, la vera barriera non è la pendenza, ma la paura. Il rischio di finire sotto una macchina in una città che non ha mai avuto la cultura della mobilità dolce è un deterrente troppo forte. Ma c’è un paradosso ancora più stridente: anche quei pochi, eroici pedalatori che già sfidano il traffico cittadino, guardano a quelle piste ciclabili con sospetto, preferendo l’asfalto della carreggiata. Generando, diciamocelo, un certo imbarazzo collettivo.
Costruire l’infrastruttura è solo l’inizio, la parte “semplice” (burocraticamente parlando). Il difficile arriva adesso. Se l’obiettivo non è solo mettere in bacheca un nastro tagliato, ma cambiare il volto della mobilità a Viterbo, serve una strategia che vada oltre il bitume colorato.
Altre città hanno già affrontato questo vuoto, capendo che non basta un cordolo per creare un ciclista. A Reggio Emilia, ad esempio, si è puntato con decisione sul bike-to-work, prevedendo incentivi economici diretti per i dipendenti che scelgono la bici per andare al lavoro, trasformando la pedalata da “scelta green” a risparmio concreto. A Bolzano, dove il clima è tutt’altro che mite, la ciclabilità è diventata una infrastruttura di sistema grazie a una pianificazione che integra parcheggi sicuri, stazioni di interscambio e una manutenzione maniacale che rende il percorso sempre confortevole. Altre realtà, come Pesaro con la sua “Bicipolitana”, hanno invece puntato tutto sull’identità: rendere la rete ciclabile una vera e propria metropolitana di superficie, con linee colorate, mappe alle fermate e una comunicazione capillare che fa sentire il ciclista parte di un sistema organizzato, non un alieno tra le auto.
Palazzo dei Priori ha speso energie e risorse per disegnare questi percorsi. Ora però la sfida cambia terreno. Non basta più posare il rosso, bisogna riempirlo di persone. Serve una campagna di educazione, servono incentivi, servono parcheggi che non siano trappole per ladri, e serve soprattutto il coraggio politico di dire che la strada non è più solo degli automobilisti.
La ciclabile viterbese sta arrivando al traguardo. Ma se tra un anno sarà ancora deserta, avremo solo speso male dei soldi pubblici. La vera sfida non è farla, ma farla vivere. Ora, per l’amministrazione, è il momento di mettersi a testa bassa e pedalare. Ma stavolta sul serio, per convincere i viterbesi a salire in sella.

















