"Ciao sono Luca ..." Il ragazzo di Sutri che ha sconfitto, con paura e dolore, il Covid-19 allo Spallanzani e chiede a tutti di restare a casa
luca cacchiarelli
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STORIE - Questa è la storia che volevamo raccontarvi. L'abbiamo cercata tanto. Perché sappiamo quanto una storia, la giusta storia, possa fare. L'abbiamo raccolta, insieme a un preciso incarico del protagonista: "Dovete fare arrivare questa mia testimonianza a più persone possibili.

STORIE – Questa è la storia che volevamo raccontarvi. L’abbiamo cercata tanto. Perché sappiamo quanto una storia, la giusta storia, possa fare. L’abbiamo raccolta, insieme a un preciso incarico del protagonista: “Dovete fare arrivare questa mia testimonianza a più persone possibili. Atteniamoci alle disposizioni per evitare di aumentare i contagi e purtroppo anche i morti. Questo virus è davvero malefico, io, ringraziando Dio e i medici e gli infermieri dello Spallanzani, sono vivo, ma tante persone, anche giovani, non ce l’hanno fatta purtroppo”.

In realtà è anche la storia di una promessa. La nostra verso il protagonista: “Il tuo messaggio arriverà a tanti”. “Lo spero vivamente”, ha detto.

C’è in atto una guerra. Non tutti l’hanno capito pienamente e forse questo li espone al rischio di pagarne il prezzo per intero. Ci auguriamo di no ma quando tu esci sotto a un bombardamento aumenti le possibilità di andare all’altro mondo o comunque di vedertela brutta.

Luca Cacchiarelli, classe 1981, di Sutri e residente a Civitavecchia (da un anno e mezzo per lavoro). Lui è il protagonista. L’ha infettato il Covid-19 e ha lottato per rimanere in vita e riabbracciare la donna che ama: Teresa. E per accarezzare la testa della madre, ottantenne, e non darle un dolore ingiusto. E per tornare a ridere e giocare con i suoi fratelli, gli amici, i colleghi. 

“Chi mi conosce sa la mia timidezza e che non amo stare al centro di attenzioni ma sento il dovere morale di raccontare la mia storia per scongiurarvi di seguire alla lettera le regole per limitare i contagi. Perché il coronavirus colpisce tutti, giovani compresi, ed è davvero dura superarlo indenni – questo è il racconto di Luca -.

Il 4 marzo comincio ad avere i primi sintomi (dolore alle ossa e senso di spossatezza). Dal 6 marzo ho febbre alta, di cui si prende cura quella santa donna di mia moglie Teresa. A oggi  è positiva anche lei ma asintomatica. Mi somministra tachipirina, così si abbassa leggermente la temperatura per qualche ora. Mi fanno il tampone dopo una settimana e prima che mi diano i risultati il 14 marzo ho la prima crisi respiratoria.

Mia moglie chiama il 118 e mi portano al Pronto soccorso di Civitavecchia. Alle 3 di notte mi dimettono e ritorno a casa. All’ora di pranzo del giorno dopo arriva la risposta del tampone: positivo. Dopo cena mi telefonano e mi dicono che mi ricoverano immediatamente allo Spallanzani.

La mattina seguente la tac conferma una brutta polmonite da Covid-19. Iniziano la terapia, io respiro attraverso l’ausilio di ossigeno, che piano piano aumentano di intensità. I primi giorni di cura non danno l’esito sperato, i medici e gli infermieri continuano a incoraggiarmi. Non dimenticherò mai il primario che a ogni visita mi incoraggia, stringendomi la mano e accarezzandomi il braccio e sussurandomi che ce la farò. Una persona stupenda come tutti i medici, gli infermieri e il personale dello Spallanzani.

Ogni volta piangevo, sia per la paura di non farcela sia perché mi riportava alla mente gli ultimi giorni di vita di mio padre, con io che continuavo a stringergli la mano e accarezzarlo.

Per verificare il grado di ossigenazione dei polmoni due volte al giorno ti bucano le arterie, e fa davvero male, ma la mia disperazione mi spinge pure a sopportare senza fare un fiato. Anche se sono un fifone con gli aghi.

La terapia procede e dopo una settimana stabilizza i valori ma non migliora l’ossigenazione. Le giornate sono interminabili, la notte non riesco a dormire e lo stato di tensione mi porta ad avere crisi di panico ogni volta che mi rilasso e tento di dormire. L’unico piccolo sollievo mi arriva dalla preghiera. Riesco ad addormentarmi ogni notte solamente dalle 5.30 alle 7 circa per sfinimento.

Poi arriva la svolta. Domenica pomeriggio decidono di somministrarmi sotto cute la terapia sperimentale per l’artrite reumatoide. Il primario mi spiega che questo tipo di somministrazione ci impiega due giorni ad iniziare ad avere gli effetti sperati. Ed è così. Il primo giorno il risultato dell’emogas non è confortante. Ed io continuo a trasmettere pessimismo a mia moglie, i miei fratelli e a tutti coloro che mi sono stati vicino che ringrazio di cuore. Ringrazio in particolare un amico che è stato indispensabile per la mia guarigione.

Ah dimenticavo. Mia mamma, 81 anni, sapeva solo che avevo una brutta bronchite e mi curavo da casa per cui, in tutto questo dramma, ogni giorno mi sono imposto di trovare un briciolo di fiato per tranquillizzarla e parlarle pochi secondi al telefono o tramite un vocale. Dopo due giorni la situazione inizia a migliorare, mi riducono leggermente l’ossigeno.

Il giorno successivo le condizioni continuano a progredire. Giovedì mattina passa il primario e mi dice: “Oggi torni a casa. La guarigione completa (tac completamente pulita) avverrà fra una mesata ma ormai stai bene”.

Mi toglie l’ossigeno e respiro completamente con i miei polmoni. Non potete minimamente immaginare la mia gioia che si manifesta anche con lacrime che per minuti scendono copiose sulle mie guance. Ora la convalescenza per guarirmi completamente sarà lunga ma ormai sono ritornato a respirare autonomamente ed è bellissimo”.

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Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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