
IL RICORDO – Un messaggio in arrivo, apro, leggo: “E’ morto Omar Neffati” e faccina emoticon di sconcerto. Gelo. “Omar? Non avrà neanche trent’anni”, mi dico dentro. Sento il bisogno di sedermi. Quando ti danno notizie del genere pensi nell’immediato che sia uno scherzo. Lo fai per una frazione di secondo. Forse una difesa automatica del cervello che si rifiuta di accogliere realtà del genere. Mezzo secondo dopo sei dentro ai peggiori pensieri. Nessuno può scherzare su queste cose, chi ti ha mandato il messaggio è una persona seria, Omar è morto davvero.
Rimango in silenzio, sguardo nel vuoto. Sento gli occhi bruciare. “Omar?”. Mi ritrovo in un pomeriggio di qualche anno fa, zona Pilastro. Sono davanti a un cancello verde. Fumiamo una sigaretta, o forse la fumo solo io e lui no. Non ricordo se Omar fumasse o no. Lui è lì che mi parla, con calma. Scandisce bene ogni parola e parla più in italiano di me. Perché per Omar l’italiano non era la lingua madre e quindi la rispetta di più. Per lui parlare italiano è sentirsi italiano e se tu lo sei nato non capisci quanto possa essere importante quanto per uno che magari lo vuole essere più di te ma non gli viene riconosciuto.
Di cosa mi parla Omar? Dei ragazzi come lui, italiani non italiani. Sì perché nel mondo che gli uomini inventano ci sono anche queste cose. Non dico che sia bene o sia male, dico quello che è. Per Omar era male e sapeva raccontarti bene perché. Anche per me era male e oggi lo è ancora di più perché penso a Neffati e ai tanti ragazzi a cui guardava e pensava quando parlava pubblicamente di questi argomenti.
Con Omar ti trovavi sempre a parlare di migranti, di studenti e di politica. Sempre lucido, attento, per bene. Che grande ragazzo Omar. Su di lui potevi contare davvero. Era uno che c’era e si faceva vedere e sentire. Mi diede una mano quando mi trovai a interessarmi di alcuni eventi per ragazzi. Un sostegno generoso, mai interessato. Un supporto che si fondava sempre sulla condivisione della bontà dell’idea.
Sapere che Omar non c’è più è una di quelle cose che ti squarcia in un secondo. Apro il cellulare, cerco gli ultimi messaggi scambiati con lui. Non ricordo l’ultima volta che ci siamo sentiti. Undici ottobre 2021, un anno fa circa: “Dopo la candidatura ufficiale di Viterbo al Lazio Pride, oggi si sono aperte le votazioni”. Mi invitava a sostenere un’iniziativa, come ho fatto altre volte io con lui. Cosa che naturalmente feci. Mi parlava, come sempre, di diritti delle persone, di dignità dell’altro, di lotta. Sì Omar era un uomo di lotta, fatta con l’atteggiamento del guerriero vero: la fede in quello in cui crede, la forza della mitezza e il dialogo come mezzi per raggiungere gli altri.
In tutte le manifestazione, eventi e feste sui temi dei diritti, della pace, della libertà a cui ho voluto essere presente era scontato camminare e a un certo punto ritrovarsi a parlare con Omar Neffati. Ho sempre avuto una simpatia naturale per lui. Una vicinanza spontanea come quelle che inevitabilmente provi se ti capita di avere nella vita un fratello con tanti anni meno di te.
Probabilmente non siamo mai stati d’accordo totalmente su varie questioni ma sempre ci siamo intesi: capiti, apprezzati e comunque sostenuti anche nelle differenze. Sì a Omar piacevano le differenze perché aveva capito una cosa elementare ma difficile da rendere convincente a tanti: le diversità sono una ricchezza, un valore da proteggere e sostenere nella libertà e nel rispetto. Poi Omar aveva una cosa che ho sempre trovato irresistibile: amava gli studenti. Li amava perché amava il futuro.
Pensare a lui in questi termini oggi potrebbe sembrare difficile. Omar, ragazzo del futuro. E’ esattamente così perché sono fermamente convinto che il futuro che Omar ha sempre sognato ci attende e tutti quelli che lo hanno conosciuto oggi hanno un motivo in più per impegnarsi verso quel domani di libertà. Impegnarsi perché ogni volta che difenderemo la libertà e la vita e la dignità di qualcuno sarà come tornare a parlare con Omar e dirgli “hai visto? Ce l’abbiamo fatta”.


















