
VITERBO – Chiusura dei locali del centro storico anticipata a mezzanotte, il direttore artistico di Quartieri dell’Arte interviene rispondendo all’appello agli artisti cittadini lanciato da La Fune.
“Cari amici della Fune, vi ringrazio per l’invito a intervenire e per aver voluto tenere acceso il dibattito – così Gian Maria Cervo -.
Devo però premettere che non mi interessa connettere, almeno in maniera diretta, la questione dell’apertura dei locali in orari notturni a una progettualità relativa al commercio o allo sviluppo turistico, non in questo momento, non per come sono le condizioni morali del Paese e del territorio in questo momento.
A me interessa l’aspetto delle relazioni sociali e umane, dell’incontro e dello scontro di prospettive, che spesso avvengono a certe ore del giorno piuttosto che ad altre. E’ nelle notti dei locali che i giovani (e a volte forse anche chi non lo è più), con tutta l’ingenuità e i rischi facilmente immaginabili, cementano relazioni umane e si formano come individui.
E nessuno, lo ripeto, pur con tutti i pericoli o i disturbi che una intensa attività notturna di club, bar e locali dovesse comportare, ha il diritto di togliere loro la chance di uscire dalla loro comfort zone o di entrarci per la prima volta nella vita.
Questa becera politica contemporanea che vuole ridurre i cittadini a educati dementi per poi trattarli come tali io la detesto. E’ autoritaria. Ha il sapore dell’Italietta fascista e della Cina di Mao. Faccio un discorso generale perché prendersela con questo o quel governo, questa o quella amministrazione, sarebbe più abietto della classe dirigente che in questi anni ci ha governato.
Perché si chiudono i locali a mezzanotte? Per una questione di ordine? Di sicurezza? Va bene, la democrazia ha bisogno di regole, non c’è dubbio. Ma la componente primaria ed essenziale della democrazia è il discernimento. E se in nome della sicurezza si dovessero impedire circostanze che, per quanto rischiose, costituissero occasione di relazione sociale e sviluppo del discernimento, si negherebbe l’ingrediente essenziale alla democrazia.
Permettetemi però di aggiungere che tutti noi abbiamo una responsabilità morale rispetto al verificarsi di queste proibizioni che sembrano marginali e hanno invece un impatto sociale molto alto. Abbiamo responsabilità quando valutiamo queste proibizioni sul piano della convenienza. Non è la convenienza, è l’etica. Non è il becero ritornello della cultura nostro petrolio, ma la cultura come formazione della persona e del discernimento (la questione dello sviluppo del turismo e dei commerci sarà semmai una conseguenza). E i luoghi di incontro fanno cultura.
Poi ci sono altre questioni che riguardano la sicurezza, lo sfruttamento di certi traffici, certe ipocrisie della politica globale, rispetto alle quali, almeno parzialmente, potrei addirittura trovarmi d’accordo con qualche nostro governante (che però non perde mai occasione di dimostrarci il proprio razzismo).
Ma l’adozione di misure a puro scopo propagandistico, per compiacere cittadini a cui si è insegnato a non soppesare questioni e parole con gli strumenti dovuti, io la trovo la cosa più immorale che la politica di oggi possa fare.
Con riferimento alla misura specifica votata dal Consiglio comunale di Viterbo, forse per ragioni diverse da altri intervenuti in questo dibattito, faccio appello a sindaco e consiglieri perché riconsiderino la loro posizione e non cedano alla peggiore retorica che la nostra contemporaneità possa esprimere”.


















