Chi sono i giovani? Riflessione tra crisi e senso
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Non sono d’accordo con chi lamenta i bei tempi andati; non sono mai migliori di oggi.

IL PUNTO DI VISTA – Giovani. La sociologia dibatte da almeno settant’anni sul ruolo dei giovani nella società moderna e non riesce ancora a venire a capo di una interpretazione soddisfacente. E lo stesso vale per la psicologia, visto il profondo intreccio tra la psiche individuale e i vari condizionamenti della società.

Ma la categoria “giovani” è generica. Può far comodo agli adulti, per stabilire un confine anagrafico, legale, ma anche autoritativo, poi però resta da vedere se nei fatti un trentenne (inizio Generazione Z), un diciottenne (fine Generazione Z) e un decenne (Generazione Alpha) possono essere accomunati in un’unica riflessione e valutazione. Se si considerano i tratti che sembrano distinguere i giovani Millennials, quelli della Generazione Z e i giovanissimi della Generazione Alpha per quel che riguarda i loro rapporti con le fonti di informazione e con l’uso che ne fanno, e di conseguenza le loro relazioni con i coetanei e con gli adulti e la loro partecipazione alla vita sociale, non c’è dubbio che certe generalizzazioni possono risultare controproducenti. Soprattutto oggi che il tempo sembra correre e quel che accadeva dieci anni fa già ci sembra antidiluviano.

Peraltro, neppure il confine dei fatidici diciotto anni ha più senso, visto che molti diritti e qualche dovere si vanno oggi estendendo fino ai quattordicenni.

Un’età rischiosa

Ciò premesso, va detto che oggi soprattutto gli adolescenti sono a rischio. Se pensiamo al cyberbullismo, specie nelle forme del challenge social, del bodyshaming, del deepfaking, ci possiamo rendere conto delle minacce che questa modernità riserva ai più giovani. Sono gli adolescenti i più a rischio perché oggi hanno la sostanziale opportunità di accedere precocemente al mondo degli adulti, che è più fascinoso, ma anche più complesso, senza tuttavia avere gli strumenti e la maturità psicosociale per padroneggiarlo, e fronteggiarlo, adeguatamente.

A dieci-dodici anni si esibiscono sui social; a quattordici anni di fatto guidano un’automobile (le microcar di oggi valgono la cinquecento degli anni ’60), a sedici fanno le ore piccole in discoteca. E tuttavia è anche vero che fenomeni come l’introversione, la timidezza, l’incapacità di integrazione, gli squilibri identitari e motivazionali, le conseguenti forme di emarginazione, di esclusione e di bullismo, che sembrerebbero colpire con particolare virulenza i giovani d’oggi, specie nel corso dell’adolescenza e prima di trovare una qualsiasi collocazione nel mondo adulto, in realtà sono sempre esistiti. Basterebbe fare una rapida escursione nella produzione letteraria degli ultimi due o tre secoli – da Goethe a Leopardi a De Amicis – per rendersene conto.

E allora, come commentare quel che avviene ai “giovani” di oggi?

Intanto possiamo sottolineare che stanno venendo meno le garanzie che i rapporti primari fornivano nel primo processo di socializzazione. La famiglia assicurava l’apprendimento delle regole di base della convivenza associandole a valori considerati fondamentali. La scuola collaborava a questo processo fornendo in più una conoscenza più specializzata. Poteva accadere talvolta che tale unità di intenti e di metodologie risultasse controproducente, creando rigidità, frustrazioni, complessi vari, ma è anche vero che nella maggior parte dei casi offriva certezze, sicurezza, itinerari etici, cognitivi e intellettuali che permettevano al giovane di avventurarsi nel mondo adulto con un bagaglio predefinito di nozioni e di competenze comunicative.

La crisi della socializzazione primaria

Ma oggi famiglia e scuola non offrono più gli stessi “servizi”. La famiglia e la scuola arretrano e lasciano il campo non solo alla consueta youth culture, ma anche ai mass media, e in particolare ai social, che offrono repertori planetari su cui fondare cognizioni e da cui ricevere stimoli. Ma perché famiglia e scuola arretrano? Si tratta di un fenomeno “naturale”, “storico” sul quale non devono essere intentati processi, semmai è necessario produrre analisi e individuare correttivi.

La famiglia tradizionalmente intesa è in crisi. E’ per lo più “a tempo”, con inevitabili ripercussioni sugli equilibri interni; ed è formata da persone che sentono il bisogno innanzitutto di “realizzare sé stessi”, che hanno un tempo limitato per dedicarsi – a prescindere dall’amore per il partner e soprattutto per i figli – al compito genitoriale e educativo. Che i genitori entrino in fibrillazione quando si chiudono le scuole è noto e non a caso i Grest vengono presi d’assalto.

La scuola tradizionalmente intesa è in crisi. Dilaniata da modelli educativi contrastanti, alcuni fermi ad un certo rigorismo d’antan, altri aperti ad un dialogo che assottiglia perfino certi elementari meccanismi gerarchici di natura funzionale. La scuola è anche in affannosa ricerca di novità e di nuovismo didattico per non perdere il confronto e l’appeal rispetto alla realtà che corre al di fuori delle sue mura. Ma non sempre i docenti sono preparati a questo. Anche il divieto di usare i cellulari in classe andrebbe rivisto; semmai i ragazzi dovrebbero imparare ad usarlo intelligentemente per il loro lavoro scolastico, guidati dall’insegnante.

Peraltro, scuola e famiglia collaborano fino ad un certo punto. Si allontanano scopi e metodi educativi, e la famiglia si sente cliente esigente piuttosto che partner del progetto educativo e formativo. E’ passato il tempo in cui il sette in condotta trovava legittimo seguito in un sistema di punizioni in casa, o in un confronto costruttivo e reciprocamente rispettoso tra genitori e docenti per governare l’educazione del pargolo recalcitrante; oggi contro quel sette si minaccia di ricorrere alla giustizia ordinaria.

Qualcuno sostiene che tutto ciò consente al giovane di sviluppare un senso critico autonomo. In realtà spesso produce soprattutto mancanza di punti di riferimento unitari e coerenti nell’apprendimento di quelle regole comportamentali che valgono nel mondo adulto, con il rischio di doverle imparare costruendosi da soli, e precariamente, un manuale delle relazioni sociali.

Le regole del mondo sono quelle degli adulti: se il giovane non le apprende correttamente corre il rischio di diventare non tanto un anticonformista (che è un’opzione intellettuale che si può sempre elaborare, anche a sessant’anni), quanto un disadattato sull’orlo della (auto-) emarginazione. Vi dice niente il fenomeno socio-digitale degli Hikikomori?

Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur?

E’ stato detto correttamente che nella società del XXI secolo i giovani sono spinti a dare valore al successo, al risultato, quale che esso sia, anche non duraturo. In realtà, glielo stiamo suggerendo noi, mentre ci lamentiamo della loro condotta. Così, i giovani sono sempre alla ricerca di risposte, soddisfazioni e incentivi nel vasto mondo della comunicazione digitale, dei social, della cultura alternativa, del gruppo dei pari, rischiando sovente di scivolare nella devianza contro sé stessi e contro gli altri, e con un autocontrollo sempre più effimero e impotente. E cercano spazi alternativi esclusivi, riservati quasi solo a loro; spesso cognitivi e comportamentali (si pensi al linguaggio, alla musica, alle mode), ma anche fisici.

Qualcuno ancora si scandalizza che le discoteche aprano alle 23 e chiudano alle 5; per tutti, minorenni compresi, e non solo a Capodanno. Ma non c’è da meravigliarsi o indignarsi: semplicemente, accade che il giovane, estraneo al mondo scandito di giorno dagli adulti, si impossessi di quello libero della notte. Così come si impossessa del mondo eterogeneo e senza vincoli dei social: facilmente si fa follower di una comunità virtuale, dove può assumere un’identità da lui scelta e condivisa con dei simili, e magari può esibirsi perfino come influencer, con quell’assertività che gli manca nel mondo reale.

Non sono d’accordo con chi lamenta i bei tempi andati; non sono mai migliori di oggi, perché abbiamo modificato ciò che non funzionava. E ogni giorno siamo chiamati a eseguire queste modifiche. Si chiama cambiamento: quello vero, che guarda al passato soprattutto per non commettere gli stessi errori (perché a farsi prendere da certi attacchi di nostalgia si rischia di cadere nel passatismo e nel misoneismo) e guarda invece al futuro per crescere.

Il cambiamento nelle relazioni e nella costruzione sociale di senso

La società odierna sta esprimendo cambiamenti epocali. Siamo di fronte ad una gigantesca evoluzione per quel che concerne il più ampio processo di costruzione sociale del senso delle cose: quindi riguardo ai valori, alla loro gerarchia, alle abitudini, e di conseguenza riguardo ai modelli culturali nel loro complesso.

La tecnologia digitale, l’intelligenza artificiale ci hanno posto al cospetto di situazioni inimmaginabili prima d’ora, che stiamo cercando di interpretare nel loro reale significato sociale e che stiamo affrontando non sempre in modo soddisfacente.

Abbiamo detto che la famiglia di oggi non è più quella del passato, perfino recente; forse è una delle istituzioni sociali, assieme alle forme lavorative, che sta subendo le maggiori trasformazioni, se non sul piano affettivo, certo su quello della struttura, della durata, delle regole e delle funzioni.

Di certo, scuola e famiglia non sono più in grado di dare un indirizzo educativo unitario. Oltre tutto, si è intromessa fra loro un terso soggetto, un’altra agenzia di socializzazione primari:, la comunicazione di massa. Un’agenzia potente, diffusa, eterogenea, che adotta altri criteri ed è open per definizione.

L’attuale discussione sull’uso dei cellulari, e non solo a scuola, da parte degli under 14 ( o 12), sorge proprio dalla convivenza di criteri, di metri di valutazione disomogenei, se non proprio divergenti. E allora, che fare? L’idea è quella di creare una socializzazione multipla, che assicuri ricchezza di stimoli e aderenza a tutte le componenti attuali della società, ciascuna con le proprie peculiarità e specializzazioni. Una socializzazione che tuttavia presenti un’unica regia in grado di rendere compatibili e interattivi, i vari modelli, ispirati ad un’etica di base che andrebbe fissata collettivamente: uguaglianza, rispetto della dignità personale, rispetto per le regole collettive, libertà responsabile, coscienza civica, giustizia distributiva, curiosità intellettuale critica, ecc.

A guardare chi miete successi sui social e sui media, divenendo modelli di riferimento per giovani e adolescenti in cerca di autostima e di autorealizzazione – non solo talentuosi e onesti formatori e opinionisti, ma anche impostori e mestatori, se non oscuri pregiudicati apprezzati per la loro capacità di muovere le acque di un’attenzione morbosa – c’è da preoccuparsi e quindi da mobilitarsi e impegnarsi creativamente.

Sta agli adulti fare il passo giusto, se riescono a superare i compartimenti stagni in cui ricoverano la loro attività cognitiva e decisionale. Un saggio insegnante di liceo si lamentò un giorno con me: “Ah questi giovani!”. Poi mi fissò negli occhi e ridendo di sé aggiunse: “Anzi: ah questi adulti!”.

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Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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