

di Francesco Mattioli
VITERBO – La comunicazione. Ritengo che si tratti di uno di termini oggi più usati nel linguaggio che conta, cioè quello istituzionale, quello tecnico e quello culturale. In generale significa “mettere in comune”, “condividere” una informazione: un insegnante comunica con i suoi studenti perché mette in comune i suoi saperi con loro; un amministratore comunica con i cittadini perché li informa su cosa sta facendo e perché; ecc.
Dunque, comunicare significa dare informazione. E l’informazione consiste nel ridurre uno stato di incertezza. Riprendendo gli esempi precedenti, l’insegnante informa gli studenti che due per due fa quattro o che l’autore delle Gioconda è Leonardo da Vinci; l’amministratore informa i cittadini che il giorno x la via y sarà interrotta per lavori urgenti di asfaltatura; ma c’è di più: un semaforo, rosso, informa che l’automobilista deve fermarsi all’incrocio. Quest’ultimo esempio mi serve per sottolineare come la comunicazione tra esseri senzienti sia diversa da quella tra uomo e macchina, perché essa comporta sempre uno “scambio”; con ciò si può asserire senza incertezze che una relazione – spontanea, formale, squilibrata o equilibrata quanto si vuole – tra individui è sempre una comunicazione, cioè uno scambio di informazione.
Oggi, in un mondo di relazioni intense e in una società che tende all’uguaglianza, quanto meno in democrazia (ma non solo), la comunicazione assume una importanza fondamentale più di ieri; ed è, grazie alla tecnologia, una forma di relazione/informazione che si dilata sempre più nello spazio umano. Tanto è vero che da anni si parla dell’importanza della comunicazione di massa, che se prima era rappresentata dai media di massa (tv, radio, stampa, ecc.) oggi grazie a internet e ai social media si può considerare un fenomeno pervasivo di illimitate potenzialità sociali.
La comunicazione non è solo mera informazione; è uno strumento – da sempre – di persuasione. Sia che la usi il signor Rossi per convincere il signor Verdi ad assumerlo, sia che la usi il Presidente del Consiglio per convincere i cittadini elettori, sia che la adotti Ferrero per convincere il consumatore a spalmare Nutella su una fetta di pane. In molti di questi casi spesso oggi si parla di “narrazione”, cioè di produzione di un sistema di significati che uniscono informazione, persuasione, stimolo, attrazione in una strategia comunicativa mirata a influenzare un’audience più o meno specifica. Nella promozione turistico-culturale, ad esempio, ma anche nel vagheggiare i meriti di una azienda, si ricorre spesso a una “narrazione”.
Tutto questo per ribadire che la comunicazione non è un optional, ma un fattore fondante di qualsivoglia intrapresa sociale; in particolare economico-finanziaria ma, soprattutto, politica. E’ sia una questione di democrazia, sia di opportunità.
Per esempio, una amministrazione pubblica che non cura la comunicazione con la stessa precisione, fondatezza, raffinatezza, applicazione che adotta nel condurre le proprie finalizzazioni istituzionali si condanna ai dubbi, ai sospetti, alle critiche – pure infondate – e agli equivoci nel suo dialogo con la cittadinanza e con il suo stesso elettorato. Comunicare significa trarre informazioni sui bisogni e le idee dell’interlocutore, ma anche indirizzare e perfino limitare le sue esternazioni; in parole povere, ottenere consenso o saperne di più su come ottenere consenso. Qualsiasi soggetto che vuole avere credito presso la pubblica opinione, che sia un politico, un artista, un giornalista, un opinionista, uno scienziato, un imprenditore, cura con particolare attenzione la propria comunicazione di sé e del soggetto collettivo che rappresenta.
Ad esempio, non basta avere idee – magari oggettivamente buone – su come cambiare il volto di una città, su come rinnovare una prassi, su come intendere la cultura o la tutela sociale; occorre comunicarle, e saperle ben comunicare, essere pronti a negoziarle e a scambiarle con una comunità che in fin dei conti detiene in ogni momento il potere di delega e di legittimazione dell’azione politica. In un rigurgito di machiavellismo, si potrebbe anche ammettere che a volte la prassi comunicativa possa assumere un ruolo meramente persuasivo, strumentale, persino manipolativo; c’è chi la chiama demagogia (ma chi di noi non ne fa uso?). Tuttavia proprio per questo, e semmai a maggior ragione, appare necessario averne cura e occorre particolare abilità nel saperla maneggiare.
Così spesso forma e sostanza vanno a coincidere; perché senza una buona (in termini di contenuto e modalità) narrazione di ciò che si sta facendo o si farà, gli equivoci e , soprattutto, le critiche strumentali e di parte, non potranno che ingrossarsi a scapito della credibilità di chi fa o è chiamato a fare.
A buon intenditor…

















