
IL PUNTO DI VISTA – Leggo sempre con attenzione gli articoli di Pietro Giordano e Giulio Della Rocca, condividendo la massima parte delle loro argomentazioni. Ma questa volta negli ultimi contributi sia dell’uno che dell‘altro colgo alcune criticità, che mi stimolano a intavolare una sorta di discussione a distanza, per crescere assieme, e far crescere anche questa nostra Città con tante potenzialità ma anche con scarse capacità di affermarsi al di là dei suoi ormai troppo angusti confini.
Giordano e Della Rocca portano proposte ed esempi apparentemente sottoscrivibili senza riserva, ma se poi queste proposte si scontrano con una realtà che cammina verso altre direzioni, possono diventare un wishful thinking che crea aspettative irrealizzabili; o meglio, realizzabili, ma che non portano i frutti sperati. Offrirò alcune brevi osservazioni, con la speranza di suggerire talune soluzioni meno “forti” ma forse un pochino più realistiche.
Giordano, nel suo articolo dal titolo “Librerie del futuro: hub culturali, caffè letterari e spazi ibridi tra lettura musica e comunità”, propone lodevolmente di trasformare le Librerie in centri attivi dove a partire dalla lettura, dai libri, si arrivi a ”fare cultura” in termini più ampi, favorendo forme di partecipazione sociale votate a una crescita di civiltà e di cittadinanza attiva. Peraltro, il Domenicale de La Fune questa settimana si dedica proprio ad analizzare l’attività e la fecondità delle Librerie indipendenti. Come non essere d’accordo?
Tuttavia ci sono delle questioni che vanno in direzione contraria e delle quali va tenuto conto per non farsi illusioni e per cercare di realizzare il buono senza perseguire a tutti i costi l’ottimo. Intanto, i lettori di prodotti cartacei stanno diminuendo inesorabilmente, soprattutto si è fortemente ridotta la lettura “profonda”, quella che genera riflessione e induce ad allargare il raggio della cultura personale. Sale invece la quota di lettura su supporto digitale, che però finisce per compromettere proprio la funzione della libreria e contribuisce a rendere la lettura un gesto sempre più spesso di natura privatistica. Di qui a qualche anno, allora, potrebbe profilarsi per le librerie quello che sta accadendo alle edicole dei giornali, che si vanno riducendo (a Viterbo negli ultimi dieci anni ne sono scomparse una mezza dozzina) e oggi sopravvivono più vendendo gadget e collezioni di oggettistica che quotidiani e settimanali.
Insomma, mentre aumenta il numero dei libri stampati (ormai tra autori veri e ghost writer di calciatori e vip di vetrina ce ne è un dilagare), diminuisce quello dei lettori. Quindi, non so fino a che punto la crescita culturale di una città potrà avvalersi in futuro delle librerie e delle biblioteche, a meno che esse – come si augura Giordano – non cessino di concentrarsi prioritariamente sui prodotti cartacei e si trasformino in spazi multidimensionali e multitasking, nei quali la cultura si esprima in tutte le sue declinazioni e le sue forme comunicative.
Della Rocca, nella sua diuturna impresa di valorizzare il centro storico e le peculiarità viterbesi, si augura, nel suo “Quanto facciamo noi per la città?”, che il consumatore acquisti beni locali, specie quelli di natura enogastronomica, e privilegi i negozi della piccola distribuzione invece che i supermercati. Ci sono almeno due obiezioni alle sue speranze. La prima riguarda i prezzi: il consumatore, soprattutto di questi tempi incerti, va dove il bene costa di meno; e non c’è solo la grande distribuzione ad offrire lo stesso prodotto a costi più bassi, perché ora avanza anche l’e-commerce, che pratica prezzi ancor più contenuti e in tempi e in modi altrettanto concorrenziali. La seconda questione attiene alla reperibilità del prodotto di consumo; il grande supermercato offre molteplici alternative, anche per qualità e caratteristiche, di quanto possa fare un piccolo negozio. Non solo: anche nei supermercati si affacciano sempre più spesso prodotti locali, dalla frutta secca all’olio, dal vino alle verdure di stagione e ai prodotti da forno.
In ogni caso, altro è la sopravvivenza del negozio di quartiere, se il quartiere è comunque popoloso; altro è il negozio nel centro storico, in specie di alimentari, perché il centro storico perde fisiologicamente residenti per motivi esterni al mercato e inerenti piuttosto ai nuovi stili di vita (uso di mezzi pubblici e privati, modelli abitativi, tempo libero, ecc.). Quindi, piuttosto che farsi alternativo ai centri commerciali, il centro storico – l’ho detto anche altrove – deve diventare come un centro commerciale, tenendosi al passo dei tempi di oggi per accessibilità, fruibilità, servizi, sicurezza, seppur compatibilmente con la salvaguardia del paesaggio urbano originario. Insomma, se non si tengono in conto le tendenze in atto, che sono globali e che sono state analizzate scientificamente attraverso dati, piuttosto che impressioni o accorati desideri, il rischio è quello di combattere guerre perse in partenza, pur vincendo qualche saltuaria battaglia. La storia insegna che è l‘adattamento al nuovo che salvaguardia il vecchio. E la storia, si sa, è una severa maestra, che non fa sconti.


















