

VITERBO – Segnare in agenda: “domenica si scende nel budello di tufo”. Là dove l’ascensore inghiotte il viandante per sputarlo d’incanto all’ombra del Duomo. Domenica 26 luglio, alle undici in punto, la palla al centro. Non si gioca per la salvezza della Viterbese e nemmeno per strappare un punto di campionato: qui si combatte la partita più dura, quella contro il tempo che cancella i volti, le rughe e l’odore di bottega.
La sindaca Chiara Frontini, con piglio da centromediano metodista, ha deciso di blindare il centro storico trasformando il tunnel di Valle Faul in una pinacoteca popolare. Trentadue opere fotografiche, trentadue monumenti di carne e fatica. Sono le Botteghe Storiche di Viterbo, i bastioni avanzati di un commercio che non vuole saperne di issare bandiera bianca, stretto tra i denti di una modernità che sa tanto di grande distribuzione e centri commerciali asettici come corsie d’ospedale. Non un’idea “made in Viterbo”. A Siena o Perugia esiste da anni proprio in quei corridoi mobili di accesso ai rispettivi centri storici. La stessa Fune, questo nostro caro giornale che appartiene ai viterbese, ha tratteggiato più volte l’idea. Il merito di Frontini comunque rimane intatto: la cosa passa dall’iperuranio delle idee alla realtà. E questa è cosa buona e giusta.
Il cronista, che ha visto passare ere geologiche di assessori promossi e bocciati, annota sul taccuino la liturgia della giornata: consegna di targhe, timbri, attestati e persino un volume di lusso che profuma di carta stampata e rimpianti. E poi l’agenda bilingue e la nuova mappa. Tradotto per chi ha la scorza dura della Tuscia: diamo una bussola anche al turista distratto, affinché sappia che sotto questi tetti non si vende soltanto merce, ma brandelli di anima viterbese.
Marco Nunzi, delegato alle attività produttive con la corsa scattante dell’ala pura, la mette giù cruda: “Sono il cuore pulsante”. E Martina Campanella, che per conto di Spazio Viterbo ha fatto il lavoro oscuro del mediano di spinta, confessa di aver vissuto un’immersione quasi sciamanica tra saperi antichi e botteghe che resistono per miracolo e per amore.
A Viterbo, insomma, si gioca d’attacco. Si prende il tufo, ci si appiccica sopra trentadue volti di artigiani e commercianti, e si manda in gol la memoria. Chi passa per la galleria di Valle Faul farebbe bene a togliersi il cappello. Perché qui, piaccia o no ai tecnocrati del PIL, c’è ancora gente che sa cosa vuol dire tenere botta. Palla al centro, la partita continua.

























