
IL PUNTO DI VISTA – Caro Direttore, sono convinto che il centro storico non è moribondo come taluni pensano e che vi siano tante iniziative per viverlo, da via Saffi a via Matteotti, da via S. Lorenzo a Pianoscarano, da via Roma a Piazza della Rocca, ecc.
Di fronte a tanto fervore, Lei invita a non guardare nello specchietto retrovisore. In realtà, ci sono tanti modi di farlo. Dipende se fai una manovra, un sorpasso, e in quel caso è utile per garantirti un’ottima guida; certamente, se ci guardi per curiosare su chi ti segue, finisci per sbattere.
Questo, per dire che ciò che avviene oggi nei centri storici, nei tentativi di un loro “recupero”, e quindi anche a Viterbo, non sono tutte luci e fiori e anzi, talvolta, sono i segnali proprio della crisi. In realtà, ci sarebbe da intendersi sul centro storico di Viterbo. Perché non c’è “un” centro storico, ma “tanti“ centri storici: San Pellegrino non è via Emilio Bianchi, piazza del Plebiscito non è piazza S. Faustino, Corso Italia non è via Marconi, e via di seguito.
Ci sarebbe poi da capire se per centro storico dobbiamo intendere solo la parte circondata dalle mura, o non si debba cominciare a considerare anche la Viterbo che sta lì da cent’anni ormai, come parte dei Cappuccini, dell’Ellera o del Pilastro… ma lasciamo stare le sottigliezze. In ogni caso, ormai sono meno di settemila i cittadini che abitano dentro le mura. Una scelta di vita, dicono alcuni; l’unico posto dove ci affittano casa a basso prezzo, dicono gli immigrati. Quindi o il pittoresco, il provocatorio e il bohemienne, o l’emarginazione e il ghetto.
Fatto sta che nove nuove famiglie su dieci oggi (dato statistico) evitano di abitare in case vecchie, finestre strette, scale ripide, nessuno spazio per il posto auto, topi speleologi accanto al portone e li rischio che se cambi una persiana ti viene a trovare la Sovrintendenza. Così, in centro prolificano i B&B, che è la moda internazionale – anzi globale – del momento in fatto di turismo, perché fa intimo e pittoresco; prolifica il
food con tanto di dehors che fanno tanto Pantheon e Trastevere; prolificano i negozietti artigianali legati direttamente o indirettamente al flusso turistico; proliferano gli spazi artistico-culturali, che tuttavia spesso soffrono di autoreferenzialità.
Ma l’attività commerciale cardine, quella di consumo che una volta trovavi soprattutto sull’asse Via Roma-Corso Italia e determinava lo “struscio”, non c’è più. E attenzione, capita anche altrove, a cinquecento metri da via Condotti a Roma, a trecento metri dal quadrilatero della moda a Milano chiudono i negozi e i cinema.
Il fatto è che la città del XXI secolo sta cambiando volto; e se è vero che le periferie sono spesso tutte uguali (a meno di non essere creativi come a Milano, che non è più la città del Duomo, ma quella del Bosco Verde…), è anche vero che un centro storico, strutturalmente e
urbanisticamente, non corrisponde più ai bisogni, ai costumi e ai consumi di questo nuovo millennio. Così per sopravvivere o cambia faccia, e regole, o è oggetto di mere cure palliative.
Caro Direttore, lei ha citato alcune new entries commerciali in centro: che sono, appunto, iniziative legate ad un’altra identità del centro: lei enumera casi di street food (un decina), un paio di casi di creatività, e altri che offrono prodotti specializzati e selettivi. D’accordo: ma se l’idea è quella di riportare la gente a passeggiare in centro, tutti i giorni e non solo il sabato sera o per una puntatina curiosa, non è questa la
strada maestra.
Non servono i palliativi, ma le cure da cavallo. Se a Corso Italia si vuole riportare gente e negozi come negli anni ’70 del secolo scorso, occorre entrare a gamba tesa nel problema, tenendo conto non solo delle avanguardie, ma anche dei comportamenti di consumo e delle abitudini tuttora più diffusi tra la popolazione.
Allora, si trasformi il Corso in un centro commerciale: altro tipo di sicurezza, di igiene, di accessi, di vincoli, di relazioni tra gli operatori, di protezioni dalle inclemenze atmosferiche, con parcheggi gratuiti di prossimità, magari coperti, e una bella scala mobile sotterranea come a Spoleto. Certo, la gente continuerà a non abitarvi: ma almeno ci farà passeggiate e incursioni ripetute come nei centri commerciali
che nascono come funghi in periferia (e attenzione, anche loro tra poco potrebbero soffrire per un e-commerce al galoppo…).
Insomma, il cambiamento è forte, e inevitabile; e ciò che capitava appena dieci anni fa, oggi è considerato obsoleto. Vale per le auto, che dieci anni fa le sentivi arrivare dal ruggito del motore e oggi ti sfiorano sussurrando d’elettricità; vale per l’informazione, quando sfogliavi il giornale e oggi passi il dito sullo schermo di uno smartphone; ma vale anche per S. Pellegrino, quando a mezzanotte dalla piazzetta di
Scacciaricci potevi sentire il flusso della fontanella a S.Carluccio, cosa impossibile oggi con la movida notturna; vale per chi quarant’anni fa si godeva il fresco della sera a piazza S. Faustino e oggi deve scegliere se contrattare una bamba o levarsi dai piedi.
Il cambiamento coinvolge ogni angolo della città, e segnatamente i centri storici, che da noi hanno anche mille anni. Occorre dare una nuova identità, e un nuovo significato, anche a loro, in un mondo globale, interconnesso, in costante evoluzione, che non fa sconti.
Come? Beh, intanto abbandonando ogni sorta di provincialismo. Solo con questo, due terzi del problema sarebbe già risolto…


















