
di Francesco Mattioli
VITERBO – E’ vero. Per il centro storico – anzi, per i centri storici – non si deve parlare né di inferno, né di paradiso. Ma di una tendenza negativa sì; perché è nella storia, nel cambiamento del costume, dei consumi, della vita associativa, della Storia.
Un centro storico come Viterbo, racchiuso da mura due/trecentesche, ha avuto senso nel medioevo, quando accoglieva e proteggeva i cittadini. La motorizzazione ha progressivamente sconvolto la sua vita economica e sociale e solo apparentemente ha incrementato i suoi traffici commerciali. Lo sviluppo delle periferie residenziali ha creato alternative progressivamente sempre più comode.
I ventenni degli anni Trenta a Viterbo si vedevano a Piazza delle Erbe; i ventenni del sessantotto a Piazza Crispi, extra moenia. La ricerca di abitazioni più confortevoli e moderne – scale meno ripide, finestre più ampie, materiali più salutari, strutture più efficienti, garages – ha decretato l’abbandono del centro storico da parte di buona parte della popolazione, in specie quella più giovane (tra gli anni ’50 e i primi anni del XXI secolo cinquantamila viterbesi hanno sciamato verso L’Ellera, i Cappuccini, il Murialdo, e poi Villanova, S. Barbara, S. Lucia, ecc).
Lo sviluppo dei centri commerciali ha sancito la definitiva crisi dei centri storici, con la chiusura delle botteghe di prossimità e la rarefazione dei frequentanti. I centri commerciali offrono vantaggi che nessun centro urbano si può permettere: parcheggio prossimale, spesso coperto; scale mobili; protezione dalle intemperie (ad esempio lo struscio per il Corso Italia nei giorni di pioggia, di gelo o di calura non è amabile); igiene costante; controlli a vista e sicurezza; oltre alla varietà delle proposte commerciali e alla possibilità di avviare facilmente campagne e iniziative sul posto (dallo “sbaracco” alle esibizioni sportive e artistiche). E si avvicina all’orizzonte un mercato online, generalmente più risparmioso anche a parità di qualità, che inquieta perfino i negozi dei centri commerciali più frequentati…
Una indagine sociologica vecchia di una dozzina di anni fa, condotta al Centro Commerciale “Porta di Roma”, rivelò che i frequentatori preferivano fare shopping e passeggiare in quel centro commerciale, piuttosto che nei quartieri in cui abitavano proprio per questi motivi: parcheggio coperto (86%), sicurezza (81%), igiene (79%), ricchezza e varietà dei prodotti e dei servizi offerti (76%), facilità di accesso (67%), iniziative sociali e culturali (52%). Vorrei far notare l’ordine e i pesi delle voci in graduatoria…
Va peraltro osservato che c’è anche un centro storico di modesta qualità sul piano urbanistico e monumentale. In tal caso, un quartiere marginale è destinato ad accogliere abitanti marginali sotto vari punti di vista con il rischio fondato di creare ghetti, autoreferenzialità, degrado sociale e urbano, devianza.
Insomma, la crisi dei centri storici è un fenomeno ineluttabile; colpisce Viterbo, come Orvieto, Siena o Parma; colpisce ex vie di consumo e di commercio come Via Nazionale o via Cola di Rienzo a Roma; colpisce a trecento metri dal triangolo della moda a Milano o da Spaccanapoli.
Una ineluttabilità che si lega anche alla necessità di liberare il centro dal traffico automobilistico, pericoloso sia dal punto di vista della qualità dell’aria che da quello della sicurezza per il pedone, ma che appare poco attraente per l’automobilista poco abituato all’uso dei mezzi pubblici come è l’abitante di una città di piccole dimensioni (“non posso aspettare mezz’ora un bus per andare da Villanova al Corso…”).
Per fortuna ci sono i percorsi turistici intorno ai quali si sviluppano ristoranti, trattorie, b&b, negozi di souvenir, di prodotti d’arte, artigianato e cultura; ma è chiaro che le vie meno battute dal turista finiscono per regredire da tutti i punti di vista, commerciali e residenziali.
Che fare? Difficile a dirsi, perché le cure sono da cavallo; costose, drastiche e, soprattutto immaginifiche. Nel centro storico di qualità (per turismo, consuetudini socioculturali, dinamiche commerciali, migliore residenzialità) si possono reiterare iniziative volte ad attrarre cittadini, quindi acquirenti e consumatori, specie – ma non solo – nei giorni di festa. Per favorire l’accesso si possono istituire servizi di trasferimento e trasporto alternativi (parcheggi di prossimità, scale mobili, navette a ciclo continuo, smart sharing, ecc.), ma soprattutto si deve tentare di trasformare certe vie in una sorta di centro commerciale a tutti gli effetti in termini di accesso, fruizione, riparo, igiene, sicurezza, offerta.
Che a parole sembra facile, ma intersecando anche gli aspetti abitativi correnti determinano scelte di politica urbanistica e sociale estremamente complesse. Si possono dedicare quartieri semiabbandonati alla movida, incentivandovi forme adattive di imprenditorialità commerciale e culturale. Si possono favorire trasformazioni edilizie tali da rendere appetibile abitare immobili altrimenti vecchi e inadatti ai bisogni attuali, e così si possono anche evitare i ghetti dove si rifugiano i marginali.
Sui parcheggi coperti e i servizi annessi occorre spendere due parole: sono una condicio sine qua non per salvare i centri storici. Costosi, ingegneristicamente e talvolta geologicamente complicati, certo. Ma per Viterbo va ricordato che c’è un asse che va dalla Piazza Verdi a Piazza del Sacrario, che è la ex valle dell’Urcionio ricoperta negli anni ’30 da via Marconi. Potenziale parcheggio multipiano a due minuti di scala mobile da Corso Italia e a tre da Piazza della Rocca, agibile pure sotto una tormenta di neve. Non è terra di riporto, come il parcheggio di Piazza Martiri d’Ungheria, vi si rifugiavano i viterbesi sotto i bombardamenti.
Il ricorso alle navette in futuro potrebbe non bastare; la diffusione delle auto elettriche potrebbe creare un rigurgito di voglia di entrare in auto in centro, intasando di nuovo spazi urbani nati secoli fa per un traffico quasi esclusivamente pedonale. Sono costi esorbitanti per una Amministrazione? Facciamo entrare i privati. Diamo loro la possibilità di creare attrattori turistico-culturali a proprio vantaggio, magari come una spa a cinque stelle nell’ex palazzo della Banca d’Italia, e loro investiranno anche nei parcheggi.
Insomma, vanno bene le cure palliative. Ma, come insegna la Medicina, le cure palliative non fanno guarire, attenuano soltanto i dolori. Per guarire occorrono terapie mirate, drastiche, interventi chirurgici risolutivi. E sperare che siano sufficienti…


















