Centro storico, l'arte di pianificare e l'anarchia generale
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VITERBO - A forza di parlare di centro storico, una parola tira l’altra ed ecco che l’amico Giulio Della Rocca mi lancia una provocazione a proposito di un nuovo Piano Regolatore di Viterbo.

di Francesco Mattioli

A forza di parlare di centro storico, una parola tira l’altra ed ecco che l’amico Giulio Della Rocca mi lancia una provocazione a proposito di un nuovo Piano Regolatore di Viterbo.

Confesso che su di esso non so molto; so che manca, perché l’ultimo fu redatto nel 1956 (avevo nove anni e avevo altro a cui pensare), che una variante fu approvata nel 1979 (ero certamente in grado di prenderne atto come cittadino ma ero distratto da interessi attinenti alla mia biografia personale). Comunque, sia chiaro: 1956 e 1979 sono due date che, a i ritmi correnti, sono ormai “storiche”. E quando si dice storico si dice inadeguato al presente.

Proprio come quando si dice centro storico: oggi, a parte il riferimento alla Storia, all’Arte, all’Architettura, sorge immediatamente la connotazione di “inadeguato” rispetto alla società urbana del XXI secolo. Lascio volentieri i referenti disciplinari teorici e pratici, nonché le prospettive, le soluzioni, i dettagli agli urbanisti. Sono loro che devono redigere un Piano Regolatore, è il loro mestiere.

Non li invidio; e non invidio quelli che si cimentano anche nella, o con la, politica: quanta gente che tira l’amministratore e il progettista per la giacchetta, quando non ci sono regole condivise e, in qualche modo, ferree… Mi chiedo come abbiano fatto le passate amministrazioni, senza un Piano, ma giostrandosi tra soggettive e dubitabili Varianti, ad intervenire a Via S. Paolo, a Valle di Faul, al Riello, al Poggino, a S.
Barbara, a S. Lucia, ma anche soltanto al Carmine, a S. Faustino e al Sacrario. Così, a occhio e croce.

E capisco quanto si debba barcamenare una nuova Amministrazione che, all’un tempo, vuole essere innovatrice, si ritrova un sacco di soldi del PNRR, ma è anche vincolata dagli indirizzi scelti dai predecessori. Ciò premesso, come diceva uno dei padri della Sociologia Urbana, Lewis Mumford, la città la disegnano e la costruiscono gli architetti, ma la abitano le persone. E le persone, come dicevano altri padri della stessa disciplina (Park, Burgess, Mc Kenzie), sono spinti da differenti motivazioni e differenti bisogni, che attengono alla qualità della vita in termini di convivenza, di consumi, di costume, di movimento, ma anche di identificazione sociale e culturale.

E per di più, con parametri di riferimento che cambiano nel tempo, oggi perfino repentinamente (tal che ad esempio, la generazione Y, quella degli anni ottanta/novanta, oggi è già considerata sorpassata – quasi antica – dalla Z, quella a cavallo del nuovo millennio). Per una città come Viterbo, peraltro, diventa fondamentale avere un Piano Regolatore aggiornato al presente, anzi al futuro, perché possiede un centro storico che è, allo stesso tempo, un’attrazione turistica di alto livello, un vincolo strutturale e uno scenario socioantropologico complicato.

Tutto ciò mi spinge da sociologo che ha studiato per vent’anni i processi di identificazione e gli stili di vita della città, a fare qualche riflessione sullo sviluppo urbano di Viterbo e sulla necessità di un Piano. La premessa indispensabile è che un Piano Regolatore lo deve fare la città, in tutte le sue componenti e rappresentanze, politiche, sociali, economiche, imprenditoriali e culturali.

Una scelta che è per tutti e per gli anni a venire, non può essere di pochi; i pochi sono solo quelli che si incaricano di raccogliere proposte e
bisogni, confrontarli fra loro e fare una scelta di ordine e di coerenza che derivi da una idea di cosa debba essere la Città tutta nei prossimi decenni. Occorre sempre tener presente che una città è un organismo vivo, che cresce, si evolve e deve adattarsi al mondo circostante.

Paradossalmente, di un Piano Regolatore che la definisca fisicamente e le dia una identità urbana, ne ha bisogno soprattutto una piccola città, che cammina sulla cresta della montagna rischiando di precipitare soffocata dalle megalopoli. Si dice spesso che un Piano Regolatore serve soprattutto agli imprenditori; dell’edilizia, in primis, ma anche dell’ industria e del commercio. Regole certe, per sapere dove e come investire, operare. Verissimo; ma c’è da andare oltre.

Pianificare una città, il suo sviluppo significa stabilire regole, ma anche favorire opportunità. E, soprattutto, creare una visione complessiva della sua vita sociale. Il Piano Regolatore infatti serve anche alle forme dell’abitare la città, alla mobilità, al riconoscimento identitario, dimensioni che dipendono da variabili sociali e culturali, da stili di vita e che quindi hanno a che vedere con la qualità della vita.

Veniamo dunque a Viterbo. Cominciamo dall’abitare. L’abitare significa usare la città e godere dei vantaggi della convivenza. Abitare significa sicurezza, salute, commodities di varia natura, ambiente. Avere spazi di servizio – scuole, aree commerciali, uffici pubblici – a portata di mano, quindi decentrati sul territorio; avere spazi per il tempo libero accoglienti: impianti sportivi, ma soprattutto parchi e giardini a misura d’essere umano; avere spazi culturali e informativi attivi, moderni, accessibili, interattivi fra loro e con la comunità. Niente a che vedere con un piano urbanistico?

Non proprio: direi che la collocazione urbana di certi servizi “di quartiere” alleggerisce gli spostamenti, favorisce il guadagno di tempo, i rapporti tra i cittadini, la presenza più diretta dell’amministrazione. C’è un altro aspetto importante, di cui si parla troppo poco e che invece occorrerebbe sviluppare, specie dalle nostre parti: la filosofia, anzi la strategia, della manutenzione, della continuità. Se fai una cosa, un ufficio, un parco, una palestra, una scuola, una fontana, deve funzionare al cento per cento, e sempre. Se l’istituzione pubblica non ci riesce da sola, si faccia affiancare dal privato: oggi del resto, abbiamo un’industria, un commercio, una imprenditorialità che sono 5.0, il che significa che sono soggetti, interlocutori e interpreti operanti strettamente nella comunità e nel tessuto sociale e ne condividono a
pieno i destini.

L’abitare si lega anche alla qualità dell’abitazione. Oggi vi sono requisiti abitativi, in fatto di spazi, di sicurezza, di ambiente, di risparmio energetico, di accessibilità che sono diversi da quelli del passato e quindi non si possono trovare nel centro storico, se non in taluni casi da sempre fortunati (palazzi gentilizi, edifici relativamente più moderni, ricostruzioni, collocazioni decentrate, ecc.).

La pianificazione di un centro storico significa riconoscere che è tante cose assieme e non se ne può dare una strategia unitaria. Occorre distaccarne l’uso dal passato e accostarlo agli usi attuali: quindi, suddividerne la destinazione fra polo turistico d’eccellenza e commerciale, area residenziale temporanea, spazi strumentali di servizio. E soprattutto evitando di creare ghetti sociali; i “quartieri popolari”, di ben triste memoria e realtà ovunque, di qua e di là delle mura, sono un insulto alla convivenza, all’uguaglianza e alla giustizia sociale, ma anche
un rischio per la sicurezza.

La mobilità. La città si espande e reclama una mobilità complessa, articolata, plurale. Stiamo parlando di arterie di scorrimento, parcheggi, sia quelli di scambio, sia quelli residenziali, sia quelli di prossimità, di piste ciclabili, che riducono i tempi di trasferimento urbano ma che garantiscono anche accessibilità e sicurezza. Tre gli aspetti critici, quindi. Il primo, il più tradizionale, è certamente quello della circolazione motoristica, che si lega anche allo sviluppo periferico della città. Se si concepisce una zona commerciale complessa come quella a nord di Viterbo (Riello, San Lazzaro, Papi, Villanova, Poggino, Cassia Nord) occorre servirla di più arterie alternative.

Il secondo aspetto, è quello dell’accessibilità al centro storico; se una parte di questo deve divenire come una disneyland turistico-commerciale e microresidenziale (c’è da augurarselo, in barba a chi pensa a disneyland solo come una parco giochi di cartone), deve diventare accessibile in termini di collegamento (parcheggi, anche sotterranei, scale mobili, isole pedonali, ecc.) e fruibile in termini di sicurezza, igiene e protezione dall’intemperie come un centro commerciale avanzato. Ho scritto altrove di come sarebbe opportuno creare ripari mobili a Corso Italia: un’offesa al centro storico? Direi piuttosto una cura da cavallo; in passato si è fatto ben di peggio e di risolutivo, tanto per dirne una con la ex Torre di Rolando, di fronte all’ex Cinema Corso, demolita negli anni ‘50…

Il terzo aspetto è il trasporto pubblico. Se la città si espande (fino alle frazioni) e se si intende contenere il traffico automobilistico per motivi infrastrutturali e soprattutto ambientali e sociali, il trasporto pubblico va arricchito, articolato, facilitato, razionalizzato, incentivato. Non può essere la scappatoia per gli sfigati, per i non patentati, gli indigenti, gli immigrati, i ragazzini senza genitore-autista, gli anziani (ricordo un mio amico che si vergognava di ammettere che usava il bus invece che l’automobile, per raggiunti limiti di età).

Tanto per dirne una, non è possibile che il sabato sera chi vuole usare il mezzo pubblico per tornarsene a S. Martino, debba ripartire alle 19.30, cioè quando comincia la festa… Senza contare le attese alle fermate del bus, che sono da linea interregionale, non da mezzo urbano. Un Piano che incoraggiasse l’uso del bus sarebbe ottimo sotto tanti punti di vista, ma occorrerebbe fare in modo che il bus sia un’alternativa
attraente…

Il riconoscimento identitario. L’identità urbana motiva alla partecipazione, al rispetto dei luoghi, ad una crescita di civiltà. Se ti guardi
intorno e sai riconoscere “casa” sei un cittadino. Un mio collega americano, Doug Harper, che con me ha fatto studi sull’ identità urbana, mi diceva che il bello dell’Europa è che basta guardarsi intorno per capire in quale regione, o città, ti trovi. Quando venne a Viterbo, fu colpito dal peperino. Ma anche lui conveniva che sì, questo vale per i centri storici, e per qualche angolo di particolare riconoscibilità come il Quartiere Isola o il Tre Torri a Milano. Ma per il resto, per i quartieri di nuova residenzialità, tutte le città sembrano uguali (“proprio come in Illinois”, ridacchiava lui, che vive a Chicago).

Probabilmente un tipo di pianificazione che contenesse principi e regole di identificabilità urbana (la forma delle piazza, l’altezza o la tipologia delle costruzioni, la presenza di monumenti, fontane, ecc.) creerebbe una maggior identificabilità anche per la città moderna e del futuro. Di certo, mi si consenta la notazione polemica in finale, andrebbe mantenuto ciò che di identitario c’era o c’è nel perimetro urbano, esattamente come non è stato fatto, permettendo – con la complicità di una Sovrintendenza distratta – che fosse distrutto Castel Firenze…

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Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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