
IL PUNTO DI VISTA – C’è qualcosa che non funziona nei vari progetti di rivitalizzazione e rilancio dei centri storici, e di quello viterbese per quel che ci interessa più da vicino. Molte proposte infatti fanno riferimento al riuso di immobili di grandi dimensioni, nel nostro caso la ex Banca d’Italia, l’ex Cinema Genio, l’ex Ospedale degli Infermi, le ex Scuderie di Sallupara, in genere come attrattori di servizi pubblici e culturali (sedi di uffici, sedi di associazioni, sale conferenze, sale per mostre, ecc.) e quindi di fruitori, locali e forestieri, che movimenterebbero la vita del centro storico.
Per tutti costoro sarebbero sufficienti parcheggi leggeri intorno alle mura, o di prossimità, che risolverebbero l’accessibilità quotidiana. Il discorso non sembra fare una grinza. Ma le grinze purtroppo ci sono. E sono di natura epocale, perché attengono a un forte cambiamento degli stili di vita negli ultimi cinquant’anni, e sui quali – trattandosi di trends generali che operano a livello globale – c’è poco da fare, se non trovare processi adattivi virtuosi. Le indagini sulle dinamiche dei centri storici delle città di medie dimensioni offrono dati impietosi, in contrasto con i pur coraggiosi provvedimenti presi da alcune amministrazioni che hanno provato a recuperare una loro vivibilità e una loro centralità dinamica.
Un centro storico, e massimamente quello di Viterbo che è tra le poche città a conservare una cinta muraria medievale pressoché intatta, presenta per lo più spazi urbani ristretti, abitazioni protette come piccoli fortilizi, ispirate a criteri di resistenza muraria e di difesa dalle intemperie che limitano la circolazione per lo più a quella pedonale e a modeste e localizzate attività commerciali e artigianali. Già alla fine del XIX secolo in Europa questa struttura urbanistica si dimostrò insufficiente a rispondere alle esigenze dello sviluppo socioeconomico, che era sostanzialmente sviluppo industriale, viste le esigenze di nuovi spazi per gli insediamenti delle fabbriche e dei loro lavoratori.
Nuovi spazi che andarono a creare le nuove periferie di espansione edilizia delle città, che divennero presto raggiungibili da un ampio traffico privato e pubblico e che nel tempo hanno anche ospitato imprese commerciali sempre più appetibili sia per gli esercenti che per i consumatori.
Dunque, sia la società industriale in sé, sia l’innovazione nel campo delle strutture residenziali, votate al miglioramento del benessere, sia l’espansione delle attività commerciali legate allo sviluppo dei consumi comportano la caduta delle motivazioni che dovrebbero giustificare una residenzialità in centro. E questo, si badi bene, è andato a valere non solo per le abitazioni popolari e borghesi, ma prima o poi anche per quelle gentilizie che, seppur offrendo spazi ben maggiori ed esteticamente apprezzabili, hanno presentato pur sempre crescenti difficoltà legate al bisogno energetico, alla vivibilità climatica, ecc. Si tenga presente, peraltro che sono proprio i palazzi gentilizi quelli più vincolati a mantenere integri i loro spazi originari: ve lo immaginate a Palazzo Chigi di Viterbo un comodo ascensore o dei pannelli fotovoltaici sul tetto? Forse la Sovrintendenza avrebbe qualche obiezione…
Fino al secondo dopoguerra le abitazioni presentavano finestre piccole, scale interne strette e ripide, strutture portanti difficili da riutilizzare, il tutto in virtù di una abitabilità sostanzialmente di “difesa”. Oggi un’abitazione moderna (intendendo a partire dagli anni ’70 del secolo scorso) offre aperture ampie, comode scale d’accesso, ascensori, logge e loggiati, mura più sottili, garages attrezzati sotto casa, spazi di manovra, sistemi energetici di ultima generazione, insomma strutture di servizio che appartengono a bisogni e stili di vita differenti dal passato, anche recente, e che esigono risposte irrinunciabili.
Ecco il motivo per cui 52.000 viterbesi abitano nei nuovi quartieri fuori porta e solo 8.000 all’interno, e di questi almeno la metà sono in realtà immigrati che si accontentano di residenze di più modeste vocazioni. Poi ovviamente ci sono i viterbesi amanti delle tradizioni e del pittoresco che resistono nei palazzi antichi e buon per loro, ma che non sono rappresentativi di alcun trend, anche solo potenziale, verso un possibile ritorno in centro. Nulla vieta, ovviamente, di considerare spazi abitativi in centro, rigenerati per studenti, ma si tratta nel migliore dei casi di qualche centinaio, al massimo un migliaio, di potenziali fruitori.
C’è poi il discorso relativo ai consumi. I negozi in centro, quelli di prossimità, erano il necessario supporto alla residenzialità. Così la città era animata sia dai residenti, sia dai servizi commerciali a essi dedicati. Tutto questo diventa obsoleto oggi. Obsoleto, il che significa che cercare di riesumarlo è impossibile. Un vecchio commerciante di via Saffi che negli anni ’70 si lamentava dei primi esperimenti di isola pedonale in centro, sosteneva che la gente se potesse entrerebbe nei negozi con la macchina. La risposta alla gente, ai nuovi consumatori, la trovi nei centri commerciali, nei parcheggi, anche coperti, a pochi passi dal negozio che interessa. Mi sorprende sempre, al centro commerciale S. Lazzaro, vedere la fila di auto parcheggiate addirittura avanti agli ingressi dei vari negozi invece che dieci metri più in là, negli appositi stalli gratuiti del grande parcheggio. E mi ritorna in mente quel negoziante di via Saffi di cinquant’anni fa…
Ma c’è un altro aspetto che fa impressione. Viterbo, tangenziale ovest all’altezza dell’area commerciale dove si trova l’Eurospin e al lato opposto Tigotà e Todis: la piazzetta adibita a parcheggio di fronte all’Eurospin è intasata di automobili; dieci metri più avanti (contati), c’è il nuovo parcheggio con ben ordinati stalli, quasi vuoto. Se sia arriva a tanto, davvero credete che un negozio in centro, seppur servito da un parcheggio lontano anche solo cento metri, sia il massimo dell’attrazione? E non contiamo troppo sui mezzi pubblici: a parte gli orari delle corse, per il viterbese medio, come ho già avuto modo di far notare, l’uso del mezzo pubblico è considerato tuttora da sfigati e ci vorrà parecchio per convincerlo del contrario.
E poi, attenzione: oggi persino i centri commerciali hanno dei problemi, sotto i colpi di un e-commerce dilagante. Quando si parla di centri storici, mi spiace doverlo ribadire, non si può parlare né di rigenerazione urbana, né di gentrificazione virtuosa, né di incentivi per una inversioni di tendenza nei comportamenti di consumo, in senso lato, degli abitanti. Gli stili di vita, i modelli e le abitudini socioculturali camminano in altre direzioni, legati a un cambiamento che è frutto di meccanismi complessi e di natura globale. Per un centro storico, allora, il destino è affidato alla sua attrattività architettonica, storica, artistica, culturale, enogastronomica, insomma turistica. Ed è su questo, su grandi flussi di un turismo sia giornaliero sia, e soprattutto, residenziale, che occorre puntare. Perché il turista non è necessariamente condizionato dal posto in cui parcheggia; perché il turista di rado va a “fare la spesa”, ma fa shopping; perché il suo oggetto di consumo sta in centro.
Nel caso di Viterbo, addirittura avrebbe un motivo in più per rimanere qualche giorno a vivere nella città storica: l’attrattiva termale. Insomma, ancora una volta è questione di “narrazione”; se la sai fare, tutto diventa più facile, altrimenti rischiamo di rimanere più o meno ancora all’epoca dei fagottari. E invece un centro storico come quello di Viterbo esige un turismo non stagionale e neppure scandito da quei due o tre eventi di richiamo offerti durate l’anno (Trasporto della Macchina, S. Pellegrino in Fiore, ecc.) ma quotidiano.
Ed ecco perché un grande immobile in disuso dovrebbe accogliere turisti internazionali, a farsi hotel piuttosto che sede di uffici presso i quali l’utente, ormi abituato ad operare online, non andrà quasi mai. Quando il sottoscritto passeggiava allegramente nello struscio di Corso Italia, sorseggiando un caffè da Schenardi o godendosi un maritozzo da Parea, scegliendo una giacca da Labellarte o da Naldi, salutando l’ottico Sorrini, negli anni Settanta, non poteva immaginare che cinquant’anni più tardi lì ci sarebbero state oltre quaranta vetrine chiuse e un crescente deserto animato soltanto a forza da manifestazioni festaiole, spettacoli di strada e luminarie con cui risvegliare temporaneamente il morto.
Per concludere. L’animazione del centro che si riscontra in grandi città come Roma e Milano non fa testo, lì c’è via Condotti, c’è il Triangolo della moda, ci sono le metropolitane, c’é mezzo mondo che vi fa lo struscio, e comunque a trecento metri di distanza la vivibilità langue; lo stesso vale per via Mazzini a Verona, che sta fra l’Arena e la Casa di Giulietta ed è servita da un parking coperto a tiro di schioppo, ma più in là le cose cambiano; e vale per Spaccanapoli o semplicemente per via del Duomo e Corso Cavour a Orvieto, che è più piccola di Viterbo ma le mangia in testa per frequentazione turistica.
Nessuno speri di riportare i viterbesi ad abitare in centro; semmai ad acquistare e passeggiare per il Corso, se questo si riesce a farlo diventare simile ad una centro commerciale con tutte le comodità del caso (accessibilità, pulizia, vigilanza, sicurezza, incentivi, copertura dalle intemperie, ecc.), compreso un ampio parcheggio a portata di mano, possibilmente gratuito, o quasi, e coperto. Non è questione di wishful thinking di tipo urbanistico, è questione di un cambiamento epocale degli stili di vita, delle forme di relazione sociale. Una bella casa inaccessibile e invivibile la guardi, e senti delle emozioni; ma poi la saluti e vai a vivere la tua comoda vita altrove; figurarsi poi se non è neppure bella…


















