

IL DOMENICALE – Tra pochi giorni Viterbo cambierà ritmo: riaprirà il Santuario di Santa Rosa, inizierà il cammino verso il 3 settembre, e torneranno i Facchini, le prove, gli appuntamenti, le discussioni sulla Macchina, le finestre preparate e gli incontri nelle strade. È quella lenta trasformazione che ogni anno porta la città verso la sua notte più importante. E ogni anno accade qualcosa che continua ad avere dello straordinario.
Una città spesso divisa, litigiosa e poco abituata a costruire progetti comuni improvvisamente saprà riconoscersi attorno allo stesso simbolo. Persone che durante l’anno non condividono quasi nulla staranno fianco a fianco: chi vive fuori tornerà, chi non crede parteciperà insieme a chi vive quella notte come esperienza religiosa, migliaia di persone aspetteranno nelle stesse strade e cento uomini porteranno sulle spalle un peso che nessuno di loro potrebbe neppure pensare di sostenere da solo.
È probabilmente la più potente rappresentazione della comunità che Viterbo possiede, ed è proprio per questo che dovrebbe metterci in difficoltà. Perché viene spontaneo chiedersi dove finisca tutta quella comunità la mattina del 4 settembre.
L’anziano torna alla propria solitudine, il commerciante alle proprie difficoltà, una famiglia ai conti che non tornano, un giovane alla mancanza di spazi, un quartiere alle sue strade, alle manutenzioni che aspetta e alle richieste rimaste senza risposta. E ciascuno ricomincia troppo spesso a portare da solo il proprio peso. Qui Santa Rosa smette di essere soltanto festa e diventa una domanda politica e civile.
È molto facile parlare di comunità davanti alla Macchina, molto più difficile costruirla il martedì mattina di novembre, quando non ci sono televisioni, turisti, luminarie e migliaia di persone nelle strade. Però è proprio lì che si capisce se quella parola ha un significato.
Santa Rosa rischia qualche volta di diventare troppo comoda: una figura sulla quale siamo tutti d’accordo, buona per celebrazioni, manifestazioni, turismo e identità. La ragazza vissuta nel Duecento, invece, non aveva nulla di comodo: era povera, priva di potere, senza incarichi e capace tuttavia di lasciare un segno più profondo di molti potenti del suo tempo.
Ridurre tutto questo a una splendida Macchina sarebbe un paradosso. Una tradizione, infatti, rimane viva soltanto quando produce conseguenze, quando cambia almeno un poco il comportamento di chi la custodisce; altrimenti diventa folklore — bello, prezioso, emozionante — ma incapace di incidere sulla vita quotidiana.
I Facchini, senza bisogno di pronunciare una parola, ogni anno ci consegnano una lezione perfetta: nessuno potrebbe portare quella Macchina da solo e nessuno pretende di farlo. Ciascuno occupa il proprio posto e sente il peso degli altri. Ciascuno sa che se uno viene meno qualcuno dovrà sostenerne una parte maggiore. Si procede perché procedono tutti. Questo significa comunità.
Il paradosso è che Viterbo sembra ricordarselo perfettamente per una notte e dimenticarlo negli altri giorni. Forse allora Santa Rosa non ha bisogno di altre celebrazioni retoriche; ha bisogno di una città che prenda sul serio ciò che celebra, che apra porte invece di chiuderle, che costruisca relazioni invece di aspettare sempre un evento, che si accorga di chi è solo e che non abbandoni ogni problema alla persona che lo vive.
Il 3 settembre la Macchina passerà ancora una volta e Viterbo, come sempre, mostrerà il proprio volto migliore. La domanda non è se sapremo portarla. Sappiamo farlo magnificamente. La domanda è se, quando sarà tutto finito, saremo capaci di continuare a portare insieme almeno qualcuno dei pesi che ogni giorno gravano sulla città. Per fare una festa basta una notte, per essere una comunità servono tutti gli altri giorni.

















