C'è osservatorio e osservatorio, ecco una bussola per mondi complessi
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VITERBO - Che cosa è un osservatorio? Se si leggono i dizionari, si trova che vi sono due tipi di osservatòri: quelli di natura prettamente scientifica, siano essi dedicati a stelle e pianeti, a fenomeni sismici o ai dati demografici e sociologici, e quelli che hanno una struttura più propriamente politica.

VITERBO – Che cosa è un osservatorio? Se si leggono i dizionari, si trova che vi sono due tipi di osservatòri: quelli di natura prettamente scientifica, siano essi dedicati a stelle e pianeti, a fenomeni sismici o ai dati demografici e sociologici, e quelli che hanno una struttura più propriamente politica.

I primi danno delle garanzie perché forniscono, appunto, dati scientifici cioè considerati “oggettivi” (le virgolette, in omaggio a Popper, sono d’obbligo). Li possono usare gli studiosi per i loro fini conoscitivi e per l’analisi dei trends in atto, l’imprenditoria privata per orientare le proprie strategie produttive e commerciali, ma anche i policy makers e gli amministratori pubblici per capire cosa sta succedendo intorno a loro, dove va la società in cui sono stati chiamati a operare e come stanno andando gli esiti delle loro politiche del governo della cosa pubblica.

I secondi non sono veri e propri osservatòri, ma consessi di soggetti politici e sociali accreditati a vario titolo, che si confrontano tra loro, portando le proprie esperienze, le proprie valutazioni, ma anche le loro esigenze e i loro programmi, al fine di trovare una strada operativa comune. Più che osservatòri, andrebbero definiti come dei tavoli permanenti di confronto, nei quali le istituzioni discutono i loro progetti con interlocutori e stakeholders legittimati a vario titolo (politico, sociale, economico, culturale) e attivi sul territorio. Tavoli del genere utilizzano spesso dati forniti da osservatòri scientifici da cui far partire discussioni e scelte programmatiche comuni.

I dati di un osservatorio scientifico – sia esso un centro di studi e di ricerca o una università – non possono essere discussi, se non da interlocutori di pari livello. Possono essere usati, ma anche trascurati o valutati solo in parte, qualora la scelta sia a carico di un unico soggetto o di una unica istituzione di natura politica, perché in tal caso intervengono motivazioni di carattere ideologico, particolari visioni del mondo, ecc.

Ciò che invece emerge da un osservatorio inteso come consesso di soggetti interessati può essere sempre soggetto a critica, perché è il prodotto di un confronto di opinioni tra interlocutori legittimati, cioè da soggetti a loro vota accreditati secondo principi “politici”, per ciò stesso sempre soggettivi e discutibili. Un osservatorio del genere è sempre destinato a creare dibattito, confronti e anche scontri; per due semplici ragioni: la prima, che – in mancanza di eventuali regolamenti e leggi – è l’Ente promotore a selezionare i componenti, con possibili e talvolta volute esclusioni e inclusioni; la seconda, che inevitabilmente è l’Ente promotore a “dirigere” il traffico delle idee.

Da cosa nasce allora l’attuale polemica sulla composizione e i fini dell’Osservatorio sul Turismo del Comune di Viterbo? Dal fatto che è un Osservatorio del secondo tipo, un organo che non è di natura scientifica ma di natura tecnico-politica, dove si elaborano programmi, prospettive che derivano da un certo modo di intendere il turismo e lo sviluppo socioeconomico di un territorio e che apre e chiude le porte ad alcuni soggetti a seconda della valutazione che ne viene fatta dall’Ente promotore, il Comune, sul loro ruolo, sulla loro importanza, sulla loro competenza.

E’ chiaro che si tratta di scelte che seguono un criterio più o meno sottoscrivibile, più o meno logico-razionale, ma comunque soggettivo e sottoponibile a giudizi di merito di ogni natura, specie dall’opposizione, che di mestiere, in genere, eccepisce e si oppone.

Il fatto stesso che le valutazioni dell’Osservatorio sul Turismo, in realtà una Commissione – o un Tavolo – sul Turismo, abbiano una funzione del tutto consultiva e non vincolante, la dice lunga sulla funzione esclusivamente di raccordo, di condivisione e di sintesi di un problema – peraltro decisivo per le prospettive di sviluppo della Città – che un governo politico non può che interpretare in modo politico, cioè facendo
delle scelte di valore, dove il senso di opportunità, la disponibilità di risorse, la decisione di privilegiare alcuni settori rispetto ad altri, e lo stesso significato del termine turismo e della funzione che esso può svolgere nello sviluppo cittadino prevalgono persino sul mero dato sociografico, cioè scientifico.

In tal caso il dibattito politico non solo è inevitabile, ma è consequenziale e direi anche necessario; magari a volte condotto con sfumature un tantino demagogiche dai competitors istituzionali in causa, ma anche questo ci sta, fa parte del gioco. Quindi, mi sembra che tanta discussione sia eccessiva; semmai si può discutere sui risultati, sulle indicazioni che l’Osservatorio produrrà e che, essendo comunque il prodotto di soggetti “esperti”, dovrebbero essere presi in considerazione. Certo, se i membri accreditati sono soprattutto operatori economici, avremo delle indicazioni spostate sul versante imprenditoriale del turismo – che produce reddito per tutti – se vi sarà una folta rappresentanza di operatori culturali, potremo avere una serie di indicazioni di carattere creativo che, nel turismo, sono altrettanto decisive, perché attengono alla “narrazione” del territorio. L’importante è che vengano chiamati professionisti, soggetti che posseggono competenza, esperienza e capacità progettuale fondata su saperi; dei dilettanti allo sbaraglio, soprattutto dalle nostre parti, ce ne sono fin troppi.

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