Cara Repubblica, qui è Lubriano: "Noi che resistiamo nei piccoli borghi veniamo privati dei servizi essenziali"
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Cara Concita De Gregorio, qui è Lubriano. Qualche settimana fa su La Fune abbiamo dato spazio a un'importante lettera scritta da Carlo Quondam a proposito dell'annunciata chiusura della scuola di Lubriano. Quella lettera è finita oggi sulle pagine di Repubblica, nello spazio 'Invece Concita', della nota giornalista Concita De Gregorio.

Cara Concita De Gregorio, qui è Lubriano. Qualche settimana fa su La Fune abbiamo dato spazio a un’importante lettera scritta da Carlo Quondam a proposito dell’annunciata chiusura della scuola di Lubriano.

Quella lettera è finita oggi sulle pagine di Repubblica, nello spazio ‘Invece Concita’, della nota giornalista Concita De Gregorio.

Il messaggio lanciato da Lubriano è chiaro: “Noi che resistiamo nei piccoli borghi veniamo privati dei servizi essenziali e della nostra identità”. Un messaggio forte e che apre riflessioni.

“Siamo Giorgia e Carlo, abbiamo 32 anni e una figlia. Sofia, di 3. Abbiamo deciso di vivere con la nostra famiglia in un piccolo paese. Lubriano, in provincia di Viterbo. Sofia ha appena cominciato l’asilo. Siamo preoccupati perché qui la scuola elementare chiude.

La sede è uno degli edifici scolastici più curati della provincia ed è presente, oltre all’asilo, solo la classe quinta. Prima di andare incontro a politiche di accorpamento, il modello Lubriano stava attirando anche famiglie dai paesi limitrofi. Si tratta di una scuola a tempo pieno con mensa. Cucina in loco, attenzione alla scelta dei prodotti e alle variazioni di menù.

Altro importante motivo, l’adeguamento antisismico. La percentuale degli edifici scolastici a norma nella provincia di Viterbo non arriva a dieci. Come emerge da questa vicenda, la prevenzione, tra l’altro fatta con grosse cifre erogate dalle stesse istituzioni, non paga.

Gli amministratori locali sembrano essere impotenti di fronte a questo problema. L’anno scorso si sono susseguite diverse scosse di terremoto. Mai il sindaco di Lubriano ha dovuto fare un’ordinanza di chiusura. Mentre gli altri paesi avevano bisogno di analizzare gli edifici più approfonditamente, a Lubriano era possibile fare lezione.

Il problema della chiusura della scuola viene da politiche di accorpamento volute dai dirigenti scolastici. I bambini diventano numeri e devono spostarsi in base a dove conviene. In questo caso a Bagnoregio. La condizione era che se a Lubriano non avessero raggiunto il numero minimo le classi non si sarebbero fatte. Eppure molte famiglie lamentano di non aver neanche avuto “l’opzione Lubriano”, di essere quindi stati obbligati a scegliere altro. Nella scuola a cui i bambini sono destinati si stanno formando classi elementari che possono arrivare a trenta alunni.

I cittadini lubrianesi vorrebbero valorizzare la scuola. L’edificio che accoglie asilo e scuola elementare si trova fisicamente e simbolicamente al centro del paese. E’ imponente, situato di fronte alla grande piazza centrale. E’ il cuore pulsante, l’edificio più bello. Perdere anche quello significherebbe uccidere del tutto il paese. Non rimarrebbero che i funerali. Una comunità privata dei propri figli. Privata dell’istruzione. Una comunità senza futuro.

In questi anni dove qui tutti devono attrezzarsi per fronteggiare ondate turistiche, valorizzare i prodotti tipici, creare eventi su eventi, sagre su sagre, degustazioni, feste del vino. E’ il momento di ristrutturare case e liberare stanze per aprire il B&B più figo. L’Italia delle piccole realtà sta diventando solo questo. Fuffa e apparenza. L’Italia è il fine settimana rilassante nel borgo di campagna. Bei panorami e buoni odori. La bella Italia che sta chiudendo le scuole ai propri figli. La bella Italia che vive solo guardandosi indietro. Le cose ben fatte sono solo quelle del passato e per questo chiude definitivamente con il futuro. E noi, che scegliamo di resistere nei piccoli borghi, veniamo privati dei servizi essenziali e della nostra identità.

Abbiamo bisogno di ritrovare umanità. La scuola è la culla dell’umanità. Tolta quella non rimarrà più niente. Questo paese diverrà un vecchio malato in attesa dell’ultimo giorno. Non perdiamo la speranza, speriamo in una risposta. A nome nostro e dell’intera comunità”.

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Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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