



VITERBO – Si chiama ‘Dormitio Virginis’ ed è un capolavoro vero. Si trova a Viterbo ed è frutto del genio dello scultore viterbese Francesco Nagni. Uno dei più grandi scultori italiani del Ventennio e subito dopo la Seconda Guerra chiamato in Vaticano, con diverse sue opere che contribuiscono alla bellezza e alla grandezza anche artistica della basilica di San Pietro.
La ‘Dormitio Virginis’ di Nagni rischia di andare distrutta, o comunque di essere seriamente danneggiata. L’imponente bronzo, dalla bellezza commovente, rende speciale la sepoltura terrena dell’artista all’interno del cimitero monumentale di Viterbo. L’intera tomba di Nagni è un vero e proprio patrimonio storico artistico. Un parallelepipedo in pietra, con ai piedi un sarcofago romano probabilmente autentico, e sul frontale tre magnifici angeli in bronzo che sembrano volare davvero, nello spazio e nel tempo, sollevando Maria. La’ Dormitio Virginis’ appunto, la celebrazione del dogma che vorrebbe la Madonna salita in cielo con tutto il corpo. Un tribuno alla speranza della resurrezione.
Ai piedi della struttura è un insieme di frammenti di lastre di pietra. Sono quelle che nel tempo e nell’indifferenza si sono staccate dal blocco principale e sono andate in frantumi. Ce n’è una, in alto a destra, che è instabile e minacciosa proprio sopra le ali di uno degli angeli. Il timore che cadendo possa rovinare la scultura in bronzo è più che fondato.
Un vero e proprio patrimonio storico-artistico dimenticato e lasciato nell’abbandono. Segnaliamo ai viterbesi questo pezzo di valore della città che sta andando in rovina e rivolgiamo un appello a Palazzo dei Priori, consiglieri di maggioranza e minoranza, e alla sindaca Chiara Frontini. Naturalmente evidenziamo quanto sta accadendo anche alla Soprintendenza.

Cosa scrive l’enciclopedia Treccani su Francesco Nagni
Nacque a Viterbo il 7 febbraio 1897 da Eugenio e da Flaminia Paglialunga.
Studiò all’Accademia di belle arti di Roma (1915-20), lavorando in seguito nello studio di Ettore Ferrari e presso gli scultori Giuseppe Guastalla e Attilio Selva. L’influenza di quest’ultimo è ancora ravvisabile nel Monumento aicaduti di Fano nella guerra del 1915-18 (bronzo) in via delle Rimembranze a Fano, realizzato nel 1924, in seguito a concorso, in collaborazione con l’architetto Ettore Rossi; le sue forme piene e turgide, caratterizzate dall’attenta modulazione anatomica delle figure, rivelano la scelta per una scultura di volume plastico e massa architettonica, che fece di Nagni uno degli interpreti esemplari della tradizione celebrativa del Ventennio, favorendone presto l’inserimento nell’orbita delle grandi commesse pubbliche.
Nel 1932, su incarico dall’architetto Concezio Petrucci, eseguì, insieme con Amedeo Vecchi, i pannelli decorativi per l’aula magna del liceo ginnasio Cirillo (ora Orazio Flacco) a Bari e, sempre con Vecchi, nel 1934, il bassorilievo con La Vittoria in marcia (travertino; bozzetto in terracotta), sormontato dallo stemma sabaudo, per il portale d’ingresso del municipio di Sabaudia progettato da Gino Cancellotti. Lo stesso architetto lo chiamò a realizzare il Monumento equestre delmarescialloDiaz, in bronzo, sul lungomare di Mergellina a Chiaia (Napoli), posto su un alto basamento in travertino decorato lateralmente con scene a rilievo riguardanti il primo conflitto mondiale (1934-36).
Al concorso nazionale voluto nel 1934 dalla regina Elena per celebrare i grandi fatti e le maggiori figure di combattenti ed eroi della prima guerra mondiale, vinse la medaglia d’oro con il Busto di Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi (bronzo, 1934-35; Roma, Museo centrale del Risorgimento; la cera è nella galleria Carlo Virgilio; la traduzione in marmo è a Roma, Accademia naz. di S. Luca) ex aequo con il Busto diAntonio Locatelli realizzato da Antonio Berti.
Nel 1938 eseguì, su incarico di don Giovanni Minozzi, fondatore insieme a padre Giovanni Semeria dell’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia (primo istituto per gli orfani di guerra), le sculture per la facciata della chiesa dell’Assunta di Amatrice, costruita su disegno di Arnaldo Foschini, tra le quali domina una Dormitio Virginis (bronzo) a tutto tondo, memore nella semplicità e del rigore formale del primo Quattrocento. Connessa a questo lavoro è l’opera esposta nel 1939 alla III Quadriennale romana: un’Ascensione (o Assunzione) in altorilievo (particolari dell’originale in cera sono ripr. in Tecchi – Fallani – Selva, 1965, pp. 56 s.), che rinnovava la tradizionale iconografia del Transito della Vergine sia attraverso il primitivismo delle forme, riscontrabile in particolare nella durezza dei panneggi e nella legnosità della postura, sia per il particolare di un lembo di veste che fuoriesce dalla cornice, insinuando la possibilità di invadere lo spazio del reale. Nello stesso anno, per la bonifica intrapresa dall’Opera nazionale combattenti (ONC), nella casa del fascioe ufficio centrale dell’ONC per il Tavoliere delle Puglie (ora Consorzio generale di bonifica della Capitanata) a Borgo Segezia (Foggia) realizzò due rilievi raffiguranti una Vittoria alata che sguaina la spada (sovra-finestra in pietra calcarea, 1939) e i Reduci della grande guerra (balcone dell’arengario, pietra calacarea, 1941). Un altro bassorilievo, raffigurante Bellerofonte e Pegaso, fu collocato nel 1940 all’esterno del porticato della stazione Ostiense a Roma progettata da Roberto Narducci come costruzione provvisoria per la visita di Hitler a Roma nel 1938 e poi convertita in travertino in vista dell’Esposizione universale di Roma (EUR) del 1942. Legata a questa occasione è anche la statua di S. Paolo per la scalinata monumentale antistante la basilica romana dei Ss. Pietro e Paolo all’EUR, progettata da Arnaldo Foschini a metà degli anni Trenta ma aperta al pubblico solo due decenni dopo. Caratterizzata da una voluta rozzezza nella modellazione, l’opera coniuga una composta nobiltà di forme – che aggiorna la statuaria romana – con un viso ascetico e scavato.
Il ricorso a un mestiere sapiente, per riprendere iconografie del passato, fu pratica frequente in Nagni, che alla IV Quadriennale nazionale di Roma del 1943 espose oltre al S. Paolo un Ritratto muliebre a mezzo busto in cera, memore di Francesco Laurana, e un bassorilievo, LaMadonna degli angeli, che nel drappo steso a far da sfondo suggerisce la conoscenza dello studiolo di Federico da Montefeltro a Urbino. L’adesione a certo verismo impressionista nel trattamento delle superfici rivela invece La madre dell’artista (o Mia madre, bronzo), acquistato in tale occasione dalla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma.






















