
VITERBO – Come annunciato dalla Sindaca e dell’Assessore Antoniozzi, a breve si insedierà la società di comunicazione vincitrice del bando per promuovere la candidatura di Viterbo a Capitale della Cultura Europea 2033.
Inoltre, sarà promossa una open call, cioè un invito aperto alla partecipazione di tutti i viterbesi che vorranno fare proposte al riguardo. Come è noto, altre città italiane si stanno candidando e qualcuno è più avanti di noi (e si tratta d esempio di Torino, che mette in campo il suo Salone del Libro e le su eccellenze nel campo dell’Intelligenza Artificiale).
Comunque vada, occorre tener in conto alcuni punti fermi, che sono soprattutto di metodo, prima ancora che di merito. Possiamo provare a segnalarne qualcuno, forse anche con una punta di sano realismo.
Il primo: Viterbo ha bisogno di un potente protettore; in questi concorsi internazionali non basta avere buone idee, occorre uno sponsor in grado di individuare e promuovere in chiave politica una strategia che sostenga Viterbo a Bruxelles. Gli sponsor politici più adatti sarebbero la Regione Lazio e quegli esponenti della politica locale che sono presenti o interlocutori privilegiati a livello di Consiglio d‘Europa. Il condizionale è d’obbligo per vari motivi: intanto, occorre capire se e quanto la Regione Lazio è in grado di esporsi; inoltre quale peso politico Viterbo riesce ad esercitare sia a Roma che a Bruxelles.
Peraltro Viterbo è già in ritardo, per quel che riguarda certe strategie promozionali, rispetto quanto meno ad altri due concorrenti italiani, ambedue di forte peso: il sodalizio Pesaro-Urbino e Torino. Non c’è da spiegare quanto, per motivi diversi, questi due concorrenti siano competitivi, sia a livello nazionale sia a livello europeo.
Secondo punto. Concorrono nella designazione di una capitale della cultura, che sia italiana o europea, considerazioni di carattere geopolitico e perfino – absit iniuria verbis – di carattere demagogico. La designazione di Matera a capitale della cultura europea è stata certamente rafforzata dalla necessità di offrire un’occasione di riscatto per il Mezzogiorno, possibilmente senza utilizzare l’ingombrante e scontato peso delle grandi città, da Napoli a Palermo a Bari tanto per dire.
Matera quindi è emersa non solo e non tanto per i suoi Sassi, né per essere stata teatro di toccanti film rievocativi della figura di Cristo (da Pasolini a Gibson) o di importanti studi e ricerche di antropologia culturale (da Banfield a De Martino), ma per essere stata la città giusta al momento giusto in un’ottica di politically correct. Guarda caso, dopo Matera per l’Italia abbiamo avuto Gorizia, con la slovena Nova Goriza, a ribadire il superamento d’ogni confine e per un’elegia dell’unione politico-culturale d’Europa.
Quindi, è emerso un significato di cultura molto innovativo. Che vi siano dietro disegni politicamente corretti prima ancora che di merito o d’inventiva progettuale lo dimostrerebbe anche il recente alternarsi geografico – e non solo – delle designazioni delle capitali della cultura italiana: Parma (2021), Procida (2022), Bergamo e Brescia (2023), Pesaro (2024), Agrigento (2025), l’Aquila (2026).
Terzo punto. Quel che vale dunque non sarebbe di per sé un progetto culturale qualitativamente ricco e spettacolarmente attraente, quanto uno che sia perfettamente consonante con gli ideali, gli obiettivi, i sentimenti dell’Europa alla fine di questi Anni Venti del XXI secolo. Così, soprattutto alla luce dei più recenti sviluppi del confronto politico ed economico internazionale, che vede strettoie commerciali, venti di guerra, contraddizioni tecnologiche, risorgenza di confini e cripto-nazionalismi, certamente varranno gli ideali di inclusione, di pace, di sostenibilità sociale e ambientale, di resilienza etica, di umanesimo tecnologico, esprimibili con la messa in comune di richiami ad una fratellanza culturale antica, ad una identità e ad un patrimonio unitario di arte, musica, letteratura, comunicazione, scienza e radici storiche.
Ma non solo: i singoli cittadini e gli attori culturali di Viterbo – università, associazioni, esperti, professionisti, creativi – devono essere coinvolti interamente nel progetto, perché è in queste circostanze che si dialoga con il mondo e quel che sta oltre l’orizzonte non solo non induce alla diffidenza, ma affascina e diventa luogo di pienezza espressiva dei soggetti individuali e collettivi del nostro territorio.
Quarto punto. Su queste basi, una insistenza su alcune peculiarità locali ha senso soltanto se queste vengono rilette in chiave internazionale, europea ma forse perfino globale, se si tiene conto del messaggio universale che l’Europa intende promuovere al di fuori dei propri confini. Un messaggio che probabilmente, a fronte delle chiusure che vengono all’Europa da continenti diversi, e perfino dagli USA di Trump, dovrà sicuramente parlare anche di dialogo.
Per Viterbo non basterà dunque essere città papale, città medievale crogiuolo di popoli (la costruirono fianco a fianco goti, longobardi, franchi, perfino greci, oltre che latini), fucina di umanesimo, centro gravitazionale di quella meravigliosa e ancora poco conosciuta Tuscia che contiene tra le più antiche città etrusche, castelli, ville e palazzi gentilizi di impressionante valore storico e artistico, i paesaggi incantati che vanno dal mare ai monti passando per laghi e boschi protetti perfino dall’Unesco; e non basteranno di per sé neppure le più toccanti, radicate e vivide tradizioni del folklore popolare, dalla Macchina di S. Rosa al Carnevale, fino alle feste legate all’agricoltura.
Perché quel che conta è la “narrazione” della Città, della sua storia ma anche dei suoi miti, in un’ottica di scambio e di costruzione dei sommi valori europei. Potrebbe essere interessante allora, tanto per fare qualche esempio, radunare in un periodico ed eccitante appuntamento tutte le musiche popolari del continente, che mostrano il volto più profondo di un sostrato culturale tanto comune quanto variegato e profondamente legato alle diversità territoriali, magari in ricordo di Frisigello.
E ancora, privilegiare le rappresentazioni teatrali e letterarie di grande tradizione civile, di leggende e storie di personale sacrificio, magari in
onore della leggendaria Galiana e della storica Rosa. Ma anche ravvivare l’incontro di popoli e culture che fu alla base della formazione del popolo viterbese in una esperienza fieristica che va dall’agroalimentare all’artigianato, dalla tecnologia d’avanguardia all’esaltazione della pietas e della caritas come basi della convivenza umana.
E infine sviluppare in modo originale la costruzione di un dialogo continuo tra la Città e suoi frequentatori, siano essi residenti o visitatori,
e tra Viterbo ed Europa, adottando soluzioni di grande ispirazione creativa e di altissimo e spregiudicato livello tecnologico (nel 2033 l’A.I. e la realtà virtuale potrebbero farla da padrona in molti aspetti della nostra vita, anche sul piano dell’etica, anzi per dirla con padre Benanti,
dell’algoretica).
Quel che conta veramente è che Viterbo dovrà elaborare idee futuribili, ideare e realizzare una utopia generatrice in grado di restare competitiva nel tempo, da qui al 2033, in un mondo in rapidissima trasformazione sul piano degli scenari, dei rapporti, dei mercati geopolitici internazionali, delle prospettive energetiche del territorio, della convivenza inter- e intra-culturale, dei modi di pensare, di fare cultura e di costruire senso, della comunicazione pubblica e privata, dei destini e del ruolo delle nuove generazioni.
Quel che conta, soprattutto, è che Viterbo non dovrà presentare meri progetti per sé stessa; dovrà presentare, come ogni Capitale, progetti per l’Europa, facendosene impulso e capofila.






















