
BOLSENA – Un’Italia agitata dalle tensioni politiche degli anni Settanta. Un Brasile attraversato dalla censura militare. E, nel mezzo, due cantautori che hanno trasformato la canzone in uno strumento di resistenza, poesia e denuncia: Fabrizio De André e Chico Buarque. A raccontarli, mettendoli a confronto con sensibilità e rigore, è ‘Anni di Piombo, Canzoni di rame’, il saggio di Maristella Petti, studiosa e traduttrice originaria della Tuscia.
Pubblicato dopo anni di studio tra Italia e Brasile, Anni di Piombo, Canzoni di rame è molto più di un’analisi musicale: è un’indagine sull’uso della parola come gesto politico, sulla possibilità di “restare umani in tempi disumani”. Attraverso un’analisi filologica dei testi, l’ascolto dei contesti e un dialogo silenzioso tra due epoche, Petti ci accompagna in un viaggio tra versi, repressioni e memorie.
“Mi colpì scoprire che in Brasile, proprio come in Italia, si parla di ‘anni di piombo’ per riferirsi a un’epoca segnata dalla violenza politica. Era un linguaggio comune che attraversava l’oceano”, ci racconta Maristella.
Due mondi lontani ma uniti dalla censura, due cantautori diversi ma accomunati dall’urgenza di dire. Se Buarque, sotto dittatura, scriveva usando pseudonimi per aggirare i controlli, De André, seppur mai direttamente censurato, scardinava l’ipocrisia sociale con testi taglienti e profondi. Il libro, costruito con rigore accademico ma anche con evidente passione, è frutto di un percorso personale e intellettuale. “La musica brasiliana mi ha insegnato a leggere diversamente la nostra. E viceversa.”
Come è nato il desiderio di confrontare proprio De André e Buarque?
“È nato quasi per caso, durante il mio periodo di studio in Brasile. Mi sono accorta che molti dei temi affrontati da Chico Buarque, l’emarginazione, la dittatura, la dignità umana, erano gli stessi che avevo sempre ritrovato in De André. Cambiavano i contesti, ma c’era un’eco comune.”
Qual è stata la scoperta più sorprendente durante la ricerca?
“Che l’arte, nei momenti di crisi, non si spegne. Si trasforma. Trova altre strade, altri linguaggi. Chico usava la metafora per eludere la censura; De André approfittava di una maggiore libertà per essere ancora più esplicito. Ma entrambi avevano la stessa tensione: raccontare ciò che altri volevano nascondere. E anche il pubblico, in modi diversi, rispondeva.”
Ora vivi di nuovo nella Tuscia. Cosa significa per te questo ritorno?
“All’inizio è stato un ritorno obbligato, per via del Covid. Poi è diventato una scelta. La Tuscia è una terra profonda, stratificata, che non si svela subito. Come certe canzoni, devi ascoltarla più volte, lasciarti guidare. È un luogo perfetto per continuare a pensare, studiare, scrivere.”


















